Siena (giovedì, 3 luglio 2025) — C’è un momento, poco prima che il mossiere chiami la rincorsa, in cui il tempo sembra sospendersi. Le contrade sono già lì, allineate lungo il canape, i fantini immobili, i cavalli in ascolto.
di Valeria Russo
Eppure tutto resta immobile, trattenuto in un respiro collettivo. A Siena, il Palio non è una corsa. È una condizione dell’anima. Una febbre che non si placa, un legame che ti prende alla nascita e non ti lascia mai.
Il 3 luglio 2025, la Contrada dell’Oca ha vinto solcando la sabbia d’oro che accarezzava Piazza del Campo . Lo ha fatto con un’accoppiata potente e precisa: Giovanni Atzeni, detto Tittia, in sella a Diodoro, un castrone sauro al suo debutto in carriera. Bastano pochi metri, dopo la mossa lanciata da Gingillo, e già si intuisce la direzione del destino. Tittia parte deciso, si infila davanti, si cuce la pista addosso curva dopo curva, e non la molla più.
Lo inseguono in tanti, con tenacia e speranza. La Selva con Zenis e Andrea Sanna, il Valdimontone dalla rincorsa, il Bruco che cerca spazio. Ma la corsa ha già scelto i suoi padroni. Al primo San Martino la Lupa cade. La Tartuca e il Drago seguono al secondo giro. Poi, al secondo Casato, anche la Chiocciola finisce a terra. È come se la Piazza stesse sgombrando il cammino, lasciando campo libero all’armonia perfetta tra uomo e cavallo.
Il terzo San Martino segna la caduta della Selva, che resisteva fino all’ultimo. Davanti, Tittia continua a condurre come in un disegno geometrico tracciato sul tufo: traiettorie pulite, ritmo costante, nessuna esitazione. Diodoro, alla sua prima esperienza sul tufo senese, si comporta come se ci fosse nato. Come se ogni curva, ogni urlo, ogni spinta della folla facesse parte di lui.
Per Giovanni Atzeni è l’undicesima vittoria in carriera. Quaranta le sue presenze complessive in Piazza. Il quarto successo con i colori dell’Oca, che ora esplode in un grido antico e nuovo insieme. A Fontebranda è una marea di fazzoletti biancoverdi, lacrime che non si vergognano di scendere, abbracci stretti come promesse mantenute.
Ma il Palio non è solo una questione di arrivi e cadute. È una forza che scava in profondità, soprattutto per chi è nato dentro le mura. Per i senesi, questa corsa non è sport: è sangue. È identità. È memoria collettiva. È l’estate che non inizia finché non senti i tamburi e il tufo che si solleva. È sapere, sin da bambino, che la tua contrada è una famiglia, che ti riconosce, ti protegge, ti chiede fedeltà.
Chi cresce a Siena impara presto che il Palio non è mai solo quello che si vede. È anche quello che si sente: i piedi nudi nel vicolo durante la provaccia, la voce roca dei vecchi che spiegano le traiettorie, il silenzio irreale durante la mossa, il boato quando il canape cade. È uno spazio sacro e feroce, che non fa sconti e non perdona l’indifferenza.
Ecco perché, quando l’Oca taglia il traguardo e Tittia alza il braccio, non è solo un successo sportivo. È una scossa che attraversa generazioni, un’onda che parte dalla Piazza e arriva nelle cucine, nei rioni, nelle case. In quel momento, tutto è compiuto. La corsa è finita, sì. Ma la festa è appena cominciata.
Last modified: Luglio 3, 2025

