Scritto da 12:04 pm Siena, Attualità, Cronaca

Quando i trattori bussano alla città

Siena (sabato, 10 gennaio 2026) — Arrivano lenti, rumorosi, ostinati. I trattori non sono fatti per Milano, e proprio per questo quando compaiono dicono qualcosa che non si può ignorare. Una quarantina di agricoltori del territorio senese hanno scelto di portare fin lì il proprio disagio, unendosi alla manifestazione promossa dal Coapi contro l’accordo commerciale con il Mercosur e contro una riforma della Politica agricola comune che, vista dai campi, assomiglia sempre più a un taglio netto e sempre meno a una cura.

di Valeria Russo

È una protesta che non nasce dal nulla. Viene da lontano, passa per Bruxelles, torna indietro lungo le strade di casa, come quella Siena-Bettolle percorsa un anno fa. Cambiano i luoghi, non cambia la sostanza: chi lavora la terra chiede di non essere messo all’angolo da decisioni prese altrove. A Milano ci sono andati per fermare un accordo che, spiegano, rischia di spalancare i confini a prodotti a basso costo e a controlli leggeri, se non inesistenti.

A parlare è Andrea Faralli, uno dei volti della mobilitazione. Il suo racconto non ha toni ideologici, ma pratici. Importare dal Sud America significa, per chi protesta, accettare merci prodotte con regole diverse, pesticidi ammessi altrove, prezzi che nulla hanno a che vedere con i costi sostenuti qui. Non è solo una questione di concorrenza, ma di sicurezza alimentare e di rispetto per i consumatori, che rischiano di diventare inconsapevoli cavie di un mercato deregolato.

Il nodo vero, però, è il prezzo. Le aziende agricole italiane lavorano con filiere tracciate, concimazioni controllate, vincoli stringenti. Tutto questo ha un costo. Dall’altra parte arrivano prodotti che possono permettersi di costare meno perché sottostanno a regole più permissive. Il risultato è una gara al ribasso in cui chi rispetta le norme parte svantaggiato. E quando il prezzo diventa l’unico criterio, la qualità smette di contare.

Negli ultimi anni, raccontano gli agricoltori, i conti non tornano già più. Da almeno cinque stagioni i ricavi non coprono i costi. Il grano, nel 2025, è stato venduto a poco più di venti euro al quintale. Se sul mercato arrivasse lo stesso prodotto a dieci euro, la trattativa sarebbe già chiusa prima di iniziare. O si accetta di svendere, o si resta fuori. In entrambi i casi, a perdere è chi produce.

Il timore è che questo accordo arrivi nel momento peggiore possibile. Un settore già provato da aumenti dei costi, instabilità climatica e incertezze normative rischia di ricevere la spinta finale verso il fallimento. Per molte aziende, soprattutto quelle medio-piccole, la parola chiusura non è più un’ipotesi astratta.

Così i trattori entrano in città e fanno quello che sanno fare meglio: rallentano tutto. Costringono a guardare, a chiedersi da dove vengono, perché sono lì. Non cercano applausi. Chiedono attenzione. E ricordano che senza campi vivi, le città restano senza fondamenta.

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Last modified: Gennaio 10, 2026
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