Siena (sabato, 10 gennaio 2026) — Il tema torna sempre così: senza bussare. Quando sembra messo da parte, riemerge con la forza delle questioni che non accettano di essere archiviate. Il fine vita è una di queste, e l’ultima sentenza della Corte costituzionale lo ha riportato al centro del dibattito nazionale, smontando solo in parte la legge toscana e lasciandone in piedi l’ossatura. Abbastanza, comunque, da riaccendere lo scontro tra Roma e Firenze.
di Valeria Russo
A rimettere il tema sul tavolo è stata Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di inizio anno. Nessuna accelerazione, nessuna apertura netta a una legge nazionale. Il messaggio è rimasto prudente, quasi difensivo: lo Stato, ha spiegato la presidente del Consiglio, non dovrebbe accompagnare le persone verso la morte, ma piuttosto ridurre solitudine e sofferenza di chi vive condizioni gravissime. È questa, secondo il Governo, la linea da seguire. Il Parlamento, intanto, ci lavora. O almeno così si dice.
Parole che arrivano a ridosso di una decisione scomoda per l’Esecutivo. La Consulta ha infatti respinto il tentativo di cancellare in blocco la normativa approvata dalla Regione Toscana, riconoscendo che una Regione può intervenire per dare attuazione concreta a quanto stabilito già nel 2019 sul fine vita medicalmente assistito. Un verdetto che ha ridato fiato a chi, da anni, denuncia il vuoto lasciato dallo Stato.
La risposta del presidente toscano Eugenio Giani non si è fatta attendere. La Toscana, ha ricordato, non ha inventato nulla, ma si è limitata a tradurre in norme organizzative ciò che la Corte aveva già indicato come possibile. Una legge, dunque, che nasce per rendere effettiva una libertà di scelta riconosciuta in presenza di condizioni estreme: malattie irreversibili, sofferenze destinate solo ad aumentare, un percorso verso la morte scientificamente certo.
Secondo Giani, è proprio qui il punto politico. La Regione si è mossa perché lo Stato è rimasto fermo. E mentre l’Avvocatura contestava il diritto della Toscana a intervenire, la Corte ha chiarito che quello spazio esiste. Ora la legge regionale verrà adeguata ai rilievi tecnici indicati dalla Consulta, ma l’impianto resta. E, con esso, la possibilità che anche altre Regioni seguano la stessa strada.
Il passaggio più duro arriva però quando il discorso si sposta sul piano nazionale. Se il Parlamento legiferasse, osserva Giani, risolverebbe il problema alla radice. Una legge dello Stato toglierebbe tutti dall’imbarazzo, fisserebbe regole chiare e uguali per tutti. Ma, ed è qui l’affondo, questo Governo non sembra volerlo fare. Preferisce lasciare la questione sospesa, demandata alle sentenze, alle iniziative regionali, alle polemiche cicliche.
Così il fine vita resta lì, in una terra di mezzo. Tra pronunciamenti della Corte e silenzi legislativi, tra responsabilità che si rimbalzano e scelte che nessuno vuole assumersi fino in fondo. A oltre sei anni dalla prima sentenza, una legge nazionale ancora non c’è. E il rumore che fa questa assenza continua a essere più forte di qualunque dichiarazione.
Last modified: Gennaio 10, 2026

