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L’ultimo turno

Siena (sabato, 29 novembre 2025) — Si potrebbe dire che un’epoca finisce sempre nel rumore sordo di qualcosa che si spegne. Alla Beko, invece, si è spenta una fabbrica intera: non un macchinario, non una linea di montaggio, ma un pezzo di città. In viale Toselli l’aria ha avuto per un giorno il sapore di quelle domeniche in cui le serrande restano chiuse troppo a lungo: un silenzio indeciso, amaro, pieno di frasi non dette.

di Valeria Russo

Dentro, gli operai si aggiravano come si gira in casa propria quando si sta per traslocare. C’era chi aveva portato dei biscotti, come se l’addio avesse bisogno di zucchero; chi si guardava attorno in cerca di quel dettaglio che, una volta a casa, gli sarebbe mancato senza sapere perché; e poi quelli che non hanno retto, che si sono lasciati andare alle lacrime, non per debolezza, ma per quella dignità ferita che spesso non sa difendersi con parole.

Negli ultimi due anni il personale si è quasi dimezzato, i nomi scritti sulle tute si sono assottigliati come le linee su un quaderno. Lunedì scatterà la cassa integrazione per chi resta. E quello che resta, in fondo, è un futuro sospeso.

La speranza adesso si chiama “reindustrializzazione”, una parola lunga che promette molto ma, per ora, non mantiene niente. I lavoratori ci si aggrappano come ci si aggrappa a un ramo dopo una piena: non per fiducia, ma per necessità.

Molti hanno salutato la fabbrica da ex, avendo accettato l’uscita volontaria. Hanno varcato quel cancello come si varca la porta di un ospedale dopo l’ultimo saluto: con una strana compostezza, un passo lento, la paura di non tornare più.

Tra chi è rimasto, prevale un senso di sbandamento che tenta di mascherarsi da coraggio. Per qualcuno è stato un giorno durissimo: gente uscita in lacrime che pure voleva ringraziare, abbracci che sembravano tenere insieme qualcosa che non si sarebbe tenuto comunque. Ci si guardava negli occhi per convincersi che sarebbe valsa la pena aspettare che un nuovo progetto industriale mettesse radici. Eppure, si sentiva nitida la percezione di un varco che si chiude, e che non è detto si riapra presto.

C’è chi ha allargato lo sguardo oltre la fabbrica, fino alla città. Siena, con le sue glorie antiche, rischia di diventare una cartolina rigida se non si preoccupa anche del lavoro, quello che regge le famiglie, le sere, le abitudini. Il Palio è un miracolo, certo. Ma non si campa di miracoli. Le contrade, per la prima volta, sono scese accanto agli operai, portando perfino tavoli e sedie al presidio: un gesto di civiltà, quasi una carezza pubblica.

Altri hanno parlato di paura. Paura vera. Mille euro al mese non bastano quando ci sono affitti, separazioni, figli, e soprattutto un’età che il mercato ama poco. Superati i cinquanta, ti senti dire che sei già vecchio. Vecchio per chi, poi, in un mondo che vive di contraddizioni?

Le storie personali, in quel parcheggio, si intrecciavano come fili sfilacciati. C’era chi ricordava la prima pietra dello stabilimento, posata nel 1966, quando tutto sembrava possibile. C’erano gli amori nati tra i reparti, le famiglie costruite a partire dagli orari di turno, la fierezza di aver dato vita a qualcosa che, per decenni, era sembrato indistruttibile. Passavano davanti agli occhi immagini di freezer giganti, voci giovani, la sensazione che il futuro fosse una strada larga.

E poi c’erano i gesti simbolici, come i biscotti portati da una lavoratrice che si era imposta di non piangere. Aveva ritrovato una vecchia foto di un dolcetto regalato dalla nuova proprietà il giorno dell’insediamento, e ne aveva fatto una sua versione: un piccolo contrappunto domestico contro l’arroganza di chi, secondo molti, aveva messo piede in stabilimento solo per spegnerlo piano piano. Lei resterà, perché lontana dalla pensione e determinata a non mollare l’idea stessa di un lavoro possibile, qui, a Siena, per chi verrà dopo.

Alla fine, l’ultimo giorno della Beko non è stato un addio, ma un doloroso limbo. Nessuno sa quanto durerà, né come andrà a finire. Ma una cosa l’hanno capita tutti: una fabbrica non è mai solo un posto dove si timbra. È un pezzo di biografia collettiva. E quando la si spegne, resta per forza un buio che nessuno, ancora, ha imparato a illuminare.

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Last modified: Novembre 29, 2025
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