Scritto da 10:43 pm Siena, Attualità

Il medico che non c’è

Siena ( domenica, 30 novembre 2025) — Nel silenzio ordinato della provincia senese, dove tutto sembra procedere con la calma antica dei colli e dei campanili, c’è un’assenza che pesa più di tante presenze: mancano i medici di famiglia. Non uno, non due. Ne mancano una cinquantina.

di Valeria Russo

Un vuoto che si avverte come un respiro corto, perché tocca il primo presidio sanitario, quello che dovrebbe essere lì quando si ha un dubbio, una febbre improvvisa, un dolore che si affaccia senza permesso.

La fotografia è semplice e amara. Prima del Covid, i medici di medicina generale erano 220. Oggi ne restano 170. Cinquanta in meno, come se un intero reparto avesse deciso di scomparire da un giorno all’altro. A lanciare l’allarme è Maurizio Pozzi, che da anni osserva la situazione dall’interno e ne conosce le incrinature. Non parla di emergenza, ma di fatica crescente: liste che si allungano, territori scoperti, comunità che si arrangiano come possono.

La carenza non è un fenomeno isolato né esclusivamente senese. È un mosaico di cause che riguarda l’Italia intera. I pensionamenti degli ultimi anni hanno prodotto un’uscita di scena rumorosa, e al loro posto non sono arrivati abbastanza giovani. Non perché manchino le vocazioni, ma perché il mestiere, così com’è oggi, porta in sé una complessità che scoraggia: burocrazia, responsabilità pesanti, retribuzioni che all’estero sono più allettanti, e stili di vita che spingono molti a cercare professioni meno logoranti.

La geografia della mancanza è spietata. Siena città, per una serie di tradizioni e comodità, tiene botta: fare il medico di famiglia dentro le mura resta ancora un lavoro ambito. Ma basta allontanarsi verso le zone interne perché il quadro cambi colore. La Valdichiana, ad esempio, è diventata una sorta di frontiera sanitaria. Lì ci sono comunità che hanno perso completamente il proprio medico: a Radicofani arriva una presenza settimanale che scende da Abbadia San Salvatore, a Radicondoli i turni sono coperti da chi arriva da Casole d’Elsa. Il medico come figura itinerante, quasi un viaggiatore sanitario.

Questa precarietà genera una domanda inevitabile: chi può davvero permettersi di ammalarsi in un territorio dove il primo riferimento medico è un’ombra intermittente? I cittadini più fragili sono quelli che pagano il prezzo più alto: anziani senza auto, famiglie che devono spostarsi per un certificato, persone che vivono la malattia con un senso di solitudine che nessun sistema sanitario dovrebbe accettare.

Pozzi ricorda che la medicina generale sta per essere ridisegnata, forse già dal prossimo anno: nuovi modelli organizzativi, più collaborazione tra professionisti, strutture condivise che dovrebbero alleggerire il peso sui singoli. È una transizione auspicata, ma ancora in equilibrio tra teoria e realtà.

Intanto, nelle pieghe del quotidiano, il mestiere cambia. Il medico di famiglia non può più essere un solista: servono collaboratori, assistenti, una piccola squadra per affrontare la complessità attuale. Non è un caso che aumentino le aggregazioni di medici, centri associati dove la condivisione di lavoro e responsabilità diventa l’unica via di sopravvivenza professionale.

Resta il nodo economico, che pesa come un macigno: un medico italiano guadagna meno del collega europeo e vede crescere davanti a sé un bivio che molti giovani imboccano senza esitazioni. Andare altrove. Germania, Francia, Regno Unito. Paesi che pagano di più e chiedono meno eroismi quotidiani.

Nel frattempo, la provincia senese resta lì, con i suoi colli, le sue strade placide e le sue comunità che invecchiano. E con l’eco insistente di una domanda: chi prenderà in carico il prossimo paziente, quando il medico che dovrebbe farlo non c’è più?

Condividi la notizia:
Last modified: Novembre 30, 2025
Close