Siena (domenica, 25 gennaio 2026) — I riflettori si spengono in fretta, come succede sempre. Resta invece una scia più ostinata, fatta di disagio e di domande senza risposta. Le scritte comparse in un bagno del Sarrocchi non sono solo un episodio sgradevole da archiviare, ma una macchia che la scuola e la città avrebbero preferito non vedere mai. Non tanto per il clamore mediatico, quanto per quello che rivelano sul clima, sulle fragilità, sulla fatica di crescere.
di Valeria Russo
Gli studenti hanno provato a dire la loro, a sottrarsi a una lettura unica e semplificata. Hanno parlato di una bravata degenerata, di un gesto nato senza la consapevolezza delle conseguenze. Ma il passaggio da scherzo a caso nazionale è stato rapido e irreversibile, e ha trasformato un corridoio scolastico in una questione pubblica.
Su questo terreno si è inserita la riflessione del cardinale Augusto Paolo Lojudice, che ha affrontato l’argomento senza indulgenze ma anche senza scontate condanne collettive. L’episodio è grave, e come tale va trattato. Le responsabilità vanno accertate, i provvedimenti presi. Ma fermarsi alla punizione, secondo l’arcivescovo, rischia di essere una scorciatoia che non porta lontano.
Lojudice invita a distinguere, a non trasformare un gesto sbagliato in una sentenza su un’intera generazione. La maggioranza dei ragazzi, ricorda, è fatta di persone serie, con valori solidi, capaci di fare argine proprio a chi sbaglia. È da lì che bisogna ripartire, dal coinvolgimento della comunità educativa, dagli insegnanti, dai coetanei, dagli adulti che non si limitano a indicare il confine ma restano accanto a chi lo ha superato.
Il tema, inevitabilmente, si allarga all’educazione, parola antica e sempre più complicata da praticare. Educare oggi è più faticoso di ieri, perché le sollecitazioni negative sono continue, pervasive, spesso invisibili. Passano dagli schermi, dai social, da un flusso incessante di messaggi che non conosce filtri né pause. In questo scenario, crescere una persona non è un compito che può essere delegato a un solo soggetto.
Genitori, insegnanti, allenatori, educatori, figure religiose. Tutti partecipano, volenti o nolenti, alla costruzione di un percorso. E tutti, allo stesso tempo, fanno i conti con i propri limiti. L’educazione non è un manuale di istruzioni, ma un lavoro quotidiano, fatto di esempi coerenti e di pazienza, di parole ripetute e di silenzi necessari.
Queste riflessioni hanno fatto da sfondo alla presentazione del volume di Chiara Palazzini e Giuliana Migliorini, dedicato a una comunità che non rinuncia alla speranza e che prova a interrogarsi sulle proprie responsabilità educative. Un libro che, nelle intenzioni, non offre ricette miracolose ma spunti, domande, prospettive. Un contributo che parla agli adulti prima ancora che ai giovani.
In fondo, il punto resta sempre lo stesso. L’indignazione è una reazione comprensibile, a volte inevitabile. Ma se non si trasforma in un’occasione di crescita condivisa, rischia di consumarsi in fretta, lasciando tutto com’era prima. E allora sì, quella scritta resta lì. Non sul muro, ma dentro.
Last modified: Gennaio 25, 2026


