Siena (lunedì, 26 gennaio 2026) — Ci sono giornate che chiedono silenzio e altre che pretendono parole giuste. Il Giorno della Memoria appartiene a entrambe le categorie, e all’Università per Stranieri di Siena si sceglie di abitarlo senza rituali automatici, provando a pensarlo mentre accade.
di Valeria Russo
Martedì mattina l’Aula Magna Virginia Woolf diventa uno spazio di ascolto e di domande, più che di celebrazione, con un incontro che mette al centro la scrittura, il pensiero e il modo irregolare, spesso faticoso, con cui il passato continua a bussare al presente senza chiedere permesso.
A guidare la riflessione è Helena Janeczek, chiamata a dialogare con studenti, scuole e città in una mattinata che non promette consolazioni facili. Dopo il saluto del rettore Tomaso Montanari, la parola passa a una voce che da anni lavora sul confine tra memoria individuale e storia collettiva, cercando di scardinarne le immagini più comode. Il filo del discorso è proprio questo: interrogare la memoria senza ridurla a un museo delle certezze, ricordare senza trasformare Auschwitz in un punto di arrivo obbligato, unico e paralizzante.
La presenza di Janeczek non è casuale. Nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca e da decenni residente in Italia, la sua scrittura ha attraversato poesia, narrativa e saggio come si attraversano territori segnati da cicatrici. Dai primi libri dedicati alla trasmissione della memoria familiare fino al riconoscimento del Premio Strega, il suo lavoro ha sempre provato a tenere insieme la storia grande e le vite laterali, quelle che rischiano di restare fuori dall’inquadratura ufficiale.
Accanto alle parole, anche i luoghi parlano. Durante la mattinata, l’aula 2 viene intitolata a Hannah Arendt, una scelta che ha il sapore di un impegno più che di un omaggio. Dare il nome di Arendt a uno spazio di studio significa ricordare che pensare è un atto politico, che la responsabilità individuale non è un concetto astratto e che la memoria, se non si accompagna al giudizio, rischia di diventare un gesto vuoto.
In questo senso, l’iniziativa non si limita a segnare una ricorrenza. Prova piuttosto a trasformarla in un esercizio collettivo, soprattutto per chi oggi studia e cresce in un tempo che consuma tutto in fretta, anche il passato. La memoria, qui, non è una fotografia ingiallita da guardare con rispetto distratto, ma una materia viva e scomoda, che chiede di essere maneggiata con cura e con coraggio. E forse è proprio questo il modo più onesto di ricordare.
Last modified: Gennaio 26, 2026


