Siena — Questa mattina Milano si è svegliata più leggera, nel senso peggiore del termine. Le manca un pezzo di gravità, quella zavorra necessaria che tiene la città ancorata a terra quando la vanità dei grattacieli rischia di farla volare via. Se n’è andata Ornella Vanoni, e con lei se ne va l’ultimo baluardo di una milanesità che non era fatturato, ma stato d’animo.
di Valeria Russo
C’era qualcosa di geologico in lei. Sembrava che fosse lì da prima del Duomo, o almeno da prima che la “Milano da bere” diventasse uno slogan pubblicitario. Ornella era la Milano dei cortili interni, quella che nasconde la bellezza perché esibirla è da cafoni. Era la Milano della “scighera”, quella nebbia che lei si portava nella gola e che usava per smussare gli angoli delle canzoni, rendendo tutto – anche la disperazione – incredibilmente elegante.
Se dovessimo tracciare la mappa del nostro dolore, oggi, dovremmo passare per via Rovello, dove Strehler la trasformò nella voce della Mala, inventandosi un passato criminale per una ragazza della buona borghesia che aveva solo voglia di urlare. Dovremmo passare per i Navigli, non quelli della movida sguaiata, ma quelli lividi e silenziosi delle canzoni di Jannacci. E poi dovremmo finire in un salotto qualsiasi, davanti alla tv, dove negli ultimi anni Ornella ci aveva insegnato la lezione più difficile: come invecchiare senza chiedere scusa.
Ecco, forse è questo che ci mancherà di più. Non solo la cantante – immensa, capace di passare da Brecht alla bossa nova come se cambiasse un paio di guanti – ma la donna. Quella signora splendida e terribile che aveva deciso di dire tutto. La sua vecchiaia è stata un capolavoro di libertà punk. Parlava di sesso, di canne, di depressione, di amori finiti male e di soldi persi, con quella naturalezza disarmante che hanno solo i bambini e i grandissimi vecchi. In un’epoca terrorizzata dalla gaffe, lei era l’errore magnifico, la nota stonata che rendeva interessante l’accordo.
Era l’anti-retorica fatta persona. Se provavi a chiamarla “diva”, ti guardava con quegli occhi a fessura, ironici e spietati, e ti smontava con una battuta. Perché Ornella sapeva che la vita è una faccenda troppo seria per essere presa sul serio. Ha amato uomini difficili, ha cantato testi struggenti, ma alla fine la sentivi sempre ridere. Quella risata che era un colpo di tosse, un singhiozzo e un applauso insieme.
Oggi Milano è orfana della sua voce più vera. Non il suono puro e didascalico, ma l’imperfezione necessaria che suonava, ogni volta, come una confessione irripetibile. Ci lascia in eredità la consapevolezza che si può essere fragili e fortissimi, che la tristezza può essere arredata con buon gusto, e che l’appuntamento – quello vero – non è con la morte, ma con la vita, fino all’ultimo secondo utile.
Buon viaggio, Ornella. E scusa se quaggiù siamo diventati improvvisamente così tristi. Tu l’avresti trovato, come minimo, di cattivo gusto.


