Siena (sabato, 17 gennaio 2026) — C’è un punto in cui una scritta su un muro smette di essere vandalismo e diventa un allarme. Non perché imbratti una parete, ma perché rivela una frattura più profonda, un’idea del mondo che si è infilata dove dovrebbe esserci protezione, cura, crescita.
di Valeria Russo
È successo a Siena, in un istituto superiore, dentro un bagno scolastico: un elenco di nomi femminili accostati alla parola più violenta che si possa pronunciare. Una lista che non è uno scherzo, non è una bravata, non è una provocazione adolescenziale. È un gesto che pesa.
Nicoletta Fabio, sindaca della città, ha scelto di intervenire non solo nel ruolo istituzionale, ma da donna e da insegnante. Perché la scuola, prima ancora di essere un luogo di programmi e verifiche, è il primo spazio pubblico in cui si impara cosa è lecito e cosa non lo è, cosa fa ridere e cosa ferisce, cosa costruisce e cosa distrugge. E quando lì compare un linguaggio che normalizza la violenza, anche solo sul piano simbolico, il silenzio diventa complicità.
La vicenda ha colpito nel segno proprio perché riguarda persone reali, studentesse in carne e ossa, con famiglie, storie, fragilità. Nomi tracciati come etichette, pensati per sminuire, per mettere alla berlina, per trasformare persone in bersagli. Un atto vile, compiuto da pochi, che non racconta l’identità di una scuola né quella di una città, ma che chiama tutti a una responsabilità collettiva. La reazione immediata della dirigenza scolastica, impegnata a individuare i responsabili, va in questa direzione: non voltarsi dall’altra parte, non archiviare, non minimizzare.
C’è una tentazione ricorrente, davanti a episodi simili, quella di liquidarli come eccessi verbali, come linguaggio sbagliato ma innocuo. È una tentazione pericolosa. Perché le parole creano clima, abitudine, terreno fertile. E una cultura che tollera l’umiliazione prepara il terreno a violenze più concrete. Per questo, sottolinea la sindaca, nessun riferimento alla violenza sessuale può essere derubricato a gioco, soprattutto quando prende di mira persone precise.
La risposta, allora, non può essere solo punitiva. Deve essere anche, e soprattutto, educativa. La scuola come comunità morale oltre che culturale, capace di interrogarsi, di attivare percorsi condivisi sull’educazione affettiva, sul rispetto, sulla responsabilità civile. Un lavoro lungo, faticoso, che coinvolge istituzioni, docenti, famiglie, studenti. Ma è lì che si misura la tenuta di una comunità.
Siena, città che ama raccontarsi attraverso la sua storia, la sua cultura, i suoi rituali collettivi, non può permettersi di considerare normali gesti che negano la dignità delle persone. Ogni segnale ignorato oggi diventa un problema più grande domani. Reagire con fermezza, senza isteria ma senza indulgenza, è l’unico modo per dire ai più giovani che esiste una linea che non si attraversa. E che il futuro, anche il loro, dipende da come impariamo a stare insieme, a partire dai banchi di scuola.
Last modified: Gennaio 17, 2026


