Siena (martedì, 13 gennaio 2026) — Donald Trump guarda il mondo come si guarda un mappamondo di plastica: lo fai girare, lo fermi con un dito e decidi che da lì in poi è tuo. Non serve conoscerne la storia, la lingua o le ferite. Basta la posizione. Basta che sia utile. Il resto è arredamento.
di Valeria Russo
Il suo atteggiamento neocolonialista non ha bisogno di cannoni né di bandiere piantate nel terreno. Gli basta la voce grossa, il contratto sbilanciato, la minaccia detta come se fosse una battuta. Trump non occupa: pretende. Non annette: tratta come se l’annessione fosse già avvenuta. È un colonialismo senza geografia, ma con un portafoglio ben visibile sul tavolo.
Nel suo lessico il mondo è diviso in due categorie molto semplici: ciò che serve all’America e ciò che intralcia l’America. La prima categoria va sfruttata, la seconda va ridotta al silenzio. Alleati compresi. Anzi, soprattutto gli alleati, perché quelli almeno si offendono senza reagire troppo. L’Europa, in questo schema, è un continente decorativo: buono per le foto, per i musei, per le prediche sui valori condivisi, ma fastidioso quando chiede reciprocità. Trump la tratta come un ex impero in pensione, convinto che basti alzare un sopracciglio per farla rientrare nei ranghi.
Il neocolonialismo trumpiano non promette civiltà, come facevano i vecchi imperi, né sviluppo, come facevano quelli un po’ più moderni. Promette convenienza. Tutto è ridotto a un saldo di fine stagione. Le basi militari diventano affitti da rinegoziare. Le alleanze diventano servizi a pagamento. La diplomazia è un call center dove si risponde solo se conviene.
Il Sud del mondo, poi, è trattato come una miniera che parla troppo. Paesi interi vengono compressi in una funzione: fornire materie prime, manodopera a distanza, o silenzio strategico. Se protestano, diventano stati canaglia. Se obbediscono, diventano partner affidabili. Non importa cosa succede dentro i loro confini, purché fuori non dia fastidio.
Trump non crede nell’ordine internazionale perché l’ordine implica regole. E le regole, per definizione, limitano chi pensa di essere più forte. Lui preferisce il caos negoziabile, quello in cui ogni giorno si può ricominciare da capo, riscrivendo rapporti di forza come clausole di un contratto capestro. È un’idea di mondo in cui la sovranità altrui è tollerata solo finché non ostacola un affare.
C’è in tutto questo una forma di nostalgia imperiale, ma senza la fatica dell’impero. Trump vuole i vantaggi senza i costi, l’obbedienza senza l’amministrazione, l’influenza senza la responsabilità. È il colonialismo dell’era digitale: rapido, cinico, smaterializzato. Non lascia statue, lascia debiti. Non costruisce ferrovie, costruisce dipendenze.
La cosa più inquietante è che questo modello non è percepito come anacronistico, ma come efficace. In un mondo stanco di mediazioni e pazienza, la brutalità travestita da franchezza sembra una scorciatoia. Trump dice quello che fa e fa quello che conviene a lui. Che poi coincida raramente con l’interesse collettivo è un dettaglio che viene dopo, quando il danno è già stato contabilizzato.
Il problema, però, non è solo Trump. È l’idea che rappresenta: quella di un Occidente che rinuncia a ogni finzione morale e si presenta per ciò che è, o che crede di essere. Un creditore armato di megafono. Un padrone che non sente più il bisogno di giustificarsi.
In questo senso Trump non colonizza solo territori. Colonizza il linguaggio, riduce la politica a transazione, svuota le parole di ogni residuo etico. E quando il linguaggio viene colonizzato, il resto segue con una facilità impressionante.
Il mondo, intanto, continua a girare. Ma il dito resta lì, pronto a fermarlo di nuovo. Dove conviene.
Last modified: Gennaio 13, 2026


