Siena (mercoledì, 14 gennaio 2026) — C’è un confine sottile, nelle campagne, tra lavoro e sfruttamento. Non lo segnano le mappe, non lo indicano i cartelli stradali. Sta nei turni che non finiscono mai, nei contratti che durano un giorno, nei pullman che all’alba raccolgono braccia e silenzi. È su quel confine che Siena e Grosseto hanno deciso di piantare un presidio comune.
di Valeria Russo
Dalle Prefetture delle due province nasce una task force interprovinciale contro il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli. Non un annuncio rituale, ma un tentativo di mettere insieme ciò che spesso procede in ordine sparso: forze dell’ordine, ispettorato del lavoro, Inps e Nuclei carabinieri specializzati. Un lavoro di squadra che prende forma dopo un confronto condiviso tra le istituzioni, guidato dai prefetti Valerio Massimo Romeo e Paola Berardino, con l’idea di leggere il fenomeno non per compartimenti stagni ma come un sistema che attraversa territori contigui.
Il punto di partenza è semplice e insieme complesso: l’agricoltura toscana non vive solo di filari e raccolti, ma di una manodopera spesso mobile, intermittente, fragile. I lavoratori si spostano tra le due province, le aziende si intrecciano, le irregolarità non rispettano i confini amministrativi. Da qui la scelta di un’azione coordinata, capace di colpire insieme le violazioni lavorative, tributarie e previdenziali.
Nel mirino finiscono in particolare le aziende agricole cosiddette “senza terra”, realtà che non coltivano direttamente ma offrono servizi di intermediazione. Piccole imprese individuali che assumono manodopera, spesso straniera, per poi fornirla ad altre aziende attraverso appalti e subappalti. Un meccanismo che, in troppi casi, si accompagna a condizioni abitative degradate, a dormitori improvvisati, a una dipendenza totale dal datore di lavoro che diventa anche garante di vitto e alloggio. È lì che il lavoro smette di essere tale e si trasforma in ricatto quotidiano.
La task force nasce anche per questo: per accendere una luce dove l’opacità è diventata abitudine. Per controllare l’uso del lavoro a giornata, strumento legittimo se applicato correttamente, ma facilmente piegabile a logiche elusive quando diventa la norma e non l’eccezione. Per seguire i flussi reali dei braccianti, che spesso vivono in una provincia e lavorano nell’altra, rendendo indispensabile una lettura unitaria del fenomeno.
Accanto ai controlli, c’è poi il tema della consapevolezza. Sui mezzi extraurbani comparirà il numero verde S.O.S. Caporalato, un messaggio semplice, visibile, pensato per chi viaggia ogni giorno verso i campi e deve sapere che esiste una possibilità di tutela. Un numero che prova a rompere l’isolamento, a dire che non tutto è inevitabile.
Non è una battaglia che si vince in fretta. Il caporalato non è solo un reato, è una cultura che prospera dove il lavoro vale poco e le persone ancora meno. Ma mettere insieme istituzioni diverse, superare i confini provinciali, riconoscere che lo sfruttamento è un fenomeno sistemico e non episodico, è già un modo per cambiare il racconto. E forse anche la realtà.
Last modified: Gennaio 14, 2026


