Siena (mercoledì, 14 gennaio 2026) — C’è un momento, nelle statistiche, in cui la vita smette di essere astratta e diventa improvvisamente territoriale. Accade quando i numeri scendono sotto una soglia e qualcuno, da lontano, inizia a chiedersi se un servizio debba ancora esistere. È quello che sta succedendo ai punti nascita di Poggibonsi e Montepulciano, due luoghi dove il venire al mondo rischia di diventare una pratica da esportazione.
di Valeria Russo
In Toscana si nasce meno, come nel resto del Paese. Eppure i parametri che regolano l’apertura e la sopravvivenza dei punti nascita restano ancorati a un’epoca in cui le culle erano più affollate e le curve demografiche meno inclinate verso il basso. Oggi quei parametri producono un paradosso: territori abitati, vivi, attraversati da famiglie, messi in discussione perché non raggiungono un numero che appartiene al passato.
La Regione Toscana ha deciso di dirlo apertamente al Governo. A farlo sono il presidente Eugenio Giani e l’assessora alla sanità Monia Monni, che non parlano solo di sanità ma di geografia umana. Sei punti nascita toscani sono già sotto la soglia dei cinquecento parti annui, altri si avvicinano pericolosamente a quel limite. Anche strutture di livello superiore iniziano a soffrire, come accade a Siena, dove perfino i grandi numeri non sono più garantiti.
Il timore, nemmeno troppo implicito, è che la logica aritmetica prenda il sopravvento su quella sociale. Che si chiuda perché conviene, perché è più semplice, perché i conti tornano meglio così. Ma i conti, quando si parla di territori, tornano sempre solo a metà. Ogni chiusura allunga le distanze, carica le famiglie di chilometri, trasforma la nascita in un viaggio obbligato. E alla lunga rende un luogo meno abitabile, meno scelto, meno futuro.
La Regione prova allora a spostare l’asticella. Abbassare le soglie, riconoscere che quattrocento parti oggi valgono quanto cinquecento ieri, che ottocento possono sostituire mille senza compromettere la sicurezza. E prova anche a dire una cosa semplice, quasi controcorrente: far nascere le persone dove vivono. Evitare che le grandi strutture attraggano tutto, lasciando scoperti i margini.
Oggi in Toscana i punti nascita attivi sono ventidue. Alcuni sopravvivono già grazie a deroghe ministeriali, motivate dall’isolamento geografico e dalla necessità di garantire un presidio minimo di equità territoriale. Altri, come Poggibonsi, Montepulciano e Montevarchi, attendono una decisione che non è solo tecnica. Cecina resta sopra la soglia, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro.
La sensazione è che l’inverno demografico stia producendo effetti collaterali sempre più concreti. Non solo meno nascite, ma meno luoghi in cui nascere. E quando un territorio perde questo, perde qualcosa che non torna più indietro. Perché non è solo una questione di reparti, ma di fiducia: quella sottile certezza che anche ai margini si possa continuare a cominciare.
Last modified: Gennaio 14, 2026


