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Chi ha paura del Brunello cattivo

Siena (martedì, 15 luglio 2025) — Quando gli Stati Uniti d’America parlano di dazi, l’Italia dovrebbe smettere di parlare e iniziare a calcolare i danni. Ancora una volta, sotto tiro non c’è un’arma da guerra ma un’arma di bellezza: il vino.

di Valeria Russo

A far saltare i tappi non è una nuova etichetta ma il solito nome: Donald Trump. Il presidente, con il suo solito approccio da elefante nella cristalleria globale, ha rilanciato l’ipotesi di dazi fino al 30% sui prodotti europei. Tra cui, ovviamente, anche i vini toscani. Che non sono solo una voce dell’export, ma un pezzo di anima messa in bottiglia.

Nelle cantine di Montalcino l’umore è sotto il livello della botte. Il presidente del Consorzio del Brunello, Giacomo Bartolommei, ha manifestato un’inquietudine quasi fisica: è tornata la paura, ha detto, e con essa l’impossibilità di programmare. Inutile girarci intorno: se a ogni vendemmia segue un’incertezza doganale, il vero raccolto sarà fatto di ansia. E i dazi – anche quelli finti, solo ventilati – funzionano come la grandine: colpiscono a prescindere.

Dello stesso parere Andrea Rossi, a capo del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, ma anche portavoce di AVITO, il superconsorzio dei vini toscani. Ha messo nero su bianco che un’eventuale barriera al 30% sulle esportazioni USA sarebbe letale. Perché non si tratta solo di perdere quote di mercato, ma di tradire la filiera di interi territori che ruotano attorno a una bottiglia. Il vino, lo ricorda giustamente, non è solo lusso da ristoranti stellati, è una fetta essenziale del made in Italy. E pure degli equilibri sociali di molte zone rurali.

E l’Italia? L’Italia, come sempre, spera. In un intervento delle istituzioni. In un sussulto di diplomazia. In una qualche sanità mentale oltre Atlantico.
Ma intanto i numeri parlano: 3 miliardi di euro di esportazioni toscane nel mirino. Tra 15.000 e 18.000 posti di lavoro a rischio, secondo un’analisi firmata ReportAziende. E ancora una volta a perdere sarebbero le piccole e medie imprese, le aziende a conduzione familiare, i laboratori artigianali che non sanno neanche cosa sia un hedge fund.

Il vero nodo è sempre lo stesso: ci si riempie la bocca di libero mercato, finché non arriva il momento di rispettarlo davvero. Allora fioccano le barriere, i dazi, le minacce da reality geopolitico. E chi difende le proprie eccellenze diventa improvvisamente un ostaggio della diplomazia commerciale.

Forse è arrivato il momento di dire basta. Non con le urla, ma con la fermezza di chi sa di avere ragione. Perché un Paese che non protegge il suo vino è un Paese che non capisce neanche cosa sia. E se dobbiamo scegliere fra una bottiglia di Brunello e un tweet di Trump, meglio brindare. Ma senza pagarci il 30% in più.

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Last modified: Luglio 15, 2025
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