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Monte dei Paschi, Mediobanca e l’8 settembre della finanza

Siena (martedì, 15 luglio 2025) — L’operazione è partita, ufficialmente. E già qui ci sarebbe da ridere: l’ultima banca pubblica superstite si lancia all’inseguimento della roccaforte privata del capitalismo finanziario italiano.

di Valeria Russo

Roba che, se l’avesse proposta Totò, gliel’avrebbero bocciata per eccesso di fantasia. Eppure, accade davvero. Le richieste di adesione al primo giorno di offerta pubblica di scambio sono appena 928, lo 0,0001% delle azioni. Una briciola. Ma a Siena si accontentano: d’altronde, ogni scalata inizia con un inciampo.

Poi c’è la Borsa che applaude tiepidamente, con un +1,42% per Mps, giusto per far credere che qualcuno, da qualche parte, ci creda davvero. Ma il vero spettacolo si consuma da Milano, dove Alberto Nagel – il capo di Mediobanca, o come direbbero in ambienti curiali, Sua Eccellenza il Banchiere – non la prende affatto bene. Né con aplomb, né con educazione.

A chi lo ascoltava in call, Nagel ha raccontato una fiaba poco natalizia: secondo lui, dietro la mossa di Mps non c’è l’autonomia strategica di una banca risanata, bensì la regia del governo. “Il Tesoro è il primo azionista”, ha ricordato con tono da ispettore fiscale, “e controlla di fatto il consiglio”. Il che, tradotto dal bancarese, suona così: il governo ha deciso di usare Montepaschi come ariete per sfondare le mura di Piazzetta Cuccia.

L’accusa è chiara: non si tratta di un’operazione di mercato, ma di un’incursione pilotata. Un blitz con lo Stato che gioca da entrambi i lati del campo. Non proprio sportivissimo. Non bastasse, l’offerta non prevede alcun premio per gli azionisti di Mediobanca. E poi, il dettaglio imbarazzante: chi offre (Mps) è più piccolo di chi viene offerto (Mediobanca). Il che, per uno come Nagel, deve essere l’equivalente di vedere un pony che prova a montare un cavallo da corsa.

Ma la parte migliore arriva quando il banchiere si mette a fare l’anamnesi del paziente: Mps, dice, è da decenni una macchina incidentata. Serviti 25 miliardi di euro in aumenti di capitale — a spese dei contribuenti — e ancora si ha il coraggio di proporla come soggetto “forte”? Negli ultimi dieci anni, continua, la quota di mercato è scesa, le performance sono figlie dei tassi alti, e la qualità degli attivi resta traballante. Insomma: un curriculum da lasciare il colloquio a metà.

A questo si aggiungono le slides – sempre loro – che descrivono l’operazione come un’autolesione per Mediobanca: impatto negativo sul risultato netto fino a 665 milioni, nessun vantaggio fiscale (zero Dta), e una diluizione del valore che fa venir voglia di spegnere il computer e cambiare mestiere.
Il sospetto, nemmeno troppo velato, è che ci si stia avventurando in un’operazione poco chiara, dove la trasparenza è inversamente proporzionale alla quantità di dichiarazioni ufficiali.

Ma per ora siamo solo all’inizio. Con tanti saluti ai mercati, e un pensiero commosso alla coerenza.

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Last modified: Luglio 15, 2025
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