Siena — A Siena succede qualcosa di strano e bellissimo: nel cuore medievale della città, fra mura che profumano di secoli e di polvere nobile, arriva un artista che con il Medioevo non ha niente a che fare. Eppure si incastra perfettamente. Al Palazzo delle Papesse si apre una retrospettiva dedicata ad Armando Testa, uno che nel Novecento ha reinventato l’idea stessa di immagine, facendo della pubblicità un laboratorio di invenzioni e di mondi.
di Valeria Russo
È il segno che Siena sta provando a parlare un’altra lingua, affiancando ai suoi capolavori antichi un modo diverso di guardare: quello che nasce dal design, dalla grafica, dagli schermi luminosi. Negli ultimi anni questo viaggio è cominciato con Le Parc e Pratt; ora tocca a Testa, che non è mai stato un artista facile, ma sempre straordinariamente riconoscibile. In lui convivono linee essenziali, ironia folgorante, e quella capacità rara di raccontare un paese intero con un cartellone di pochi colori.
La mostra si apre al primo piano con una sorta di zona di atterraggio morbido: le icone che tutti ricordano, dalle etichette luminose del Gotto ai brindisi aristocratici creati per Carpano, dalle campagne per Borsalino ai manifesti delle Olimpiadi di Roma. È una galleria che profuma di anni ’50 e ’60, quando l’Italia aveva ancora il gusto infantile della meraviglia e la pubblicità non era un rumore di fondo, ma una promessa di futuro. Si prosegue con bozzetti rari e manifesti che raccontano la modernità che avanzava a passo veloce: tecnologie, industrie, cambiamento economico. Testa, mentre tutto si muoveva, lo traduceva in forme limpide.
Poi arriva la pittura, il suo primo rifugio. Il luogo dove la pubblicità non c’entra più, dove si sente l’influenza dell’astrattismo americano e la nostalgia per una natura filtrata dalla memoria. Qui Testa diventa meno leggibile, più enigmatico, quasi intimo. E accanto a questa parte più segreta, un piccolo museo dell’immaginario collettivo: Caballero e Carmencita, con i loro tubi catodici pronti a ronzare come un ricordo d’infanzia.
Al secondo piano il viaggio cambia ritmo. Si entra nel Pianeta Papalla, un mondo assurdo e visionario, ricostruito in scala come un gioco per adulti in cerca di stupore. Subito dopo, la sala degli elefanti Pirelli torna a mostrare una delle prime idee folgoranti dell’artista: la forza non in quanto potenza, ma come forma simbolica che avanza.
C’è poi un lungo percorso dedicato al corpo: sacro, frammentato, allusivo, reinventato mille volte. Il corpo come linguaggio, come promessa, come oggetto grafico. A seguire, numeri e lettere diventano poesia visiva; animali e cibo diventano un pretesto per divertirsi con le forme. Tutto è Testa, ma ogni volta in una variante nuova.
La mostra si chiude con un film, Povero ma moderno, un documento che racconta un’Italia che voleva correre ma non dimenticare da dove veniva. Una buona sintesi, in fondo, anche del lavoro di Testa.
A guidare il percorso c’è la mano attenta di Gemma De Angelis Testa, che ha riordinato circa duecento opere come si riordinano i pensieri di una vita: cercando il filo, seguendolo quando si perde, lasciando che emergano le intuizioni dimenticate nei cassetti. Perché Testa, prima di tutto, disegnava. Disegnava ovunque, sempre. Le sue idee arrivavano così: un lampo, un appunto, un incastro improvviso tra un ricordo e un oggetto visto per caso.
La retrospettiva è anche un invito: ricordare che la pubblicità, quando smette di vendere e comincia a suggerire, può diventare arte. Non sempre succede. Con Testa sì.
Per Siena questo progetto è molto più di una mostra: è un segnale di apertura, un modo per dire che la città non vuole vivere solo delle sue glorie, ma anche di quelle storie moderne che hanno contribuito a formare la nostra immaginazione. È un ponte fra epoche che si guardano da lontano e, sorprendentemente, si riconoscono.
Last modified: Novembre 20, 2025

