Siena (martedì, 22 luglio 2025) — A distanza di tre decenni da quel film che mescolava adolescenza, sensualità e nostalgia con la luce morbida dell’estate toscana, alcuni dei protagonisti di Io ballo da sola tornano con parole che non suonano mai come un bilancio, ma come un ritorno emotivo.
di Valeria Russo
Le riprese, le colline, il Palio. I profumi. I silenzi. E il tempo, che da allora ha fatto il suo mestiere, portando ciascuno altrove, ma lasciando impronte chiare.
Roberto Zibetti, che interpretava Niccolò Donati, è appena uscito da un set cinematografico, mentre prosegue il suo percorso teatrale con Il manoscritto. Sta lavorando anche a una nuova stagione della serie Sky dedicata agli 883, dove veste i panni di Claudio Cecchetto. Oggi come allora, nelle sue parole resta qualcosa di sospeso: un legame con quel film che definisce intimo, intenso, viscerale. C’entra la scrittura, c’entrano le immagini, ma soprattutto quei luoghi. I paesaggi toscani che non serviva inquadrare troppo, bastava lasciarli accadere.
C’era un Palio, durante le riprese. Quello vinto dall’Onda. Un evento incastonato nel tempo, che per chi non l’ha mai vissuto può sembrare solo folclore, ma che per chi lo attraversa diventa rito. Anche Sinead Cusack, interprete del personaggio di Diana Grayson, conserva immagini nitide di quell’esperienza sul set, come fotografie che il tempo non ha sbiadito. All’epoca, in Toscana, era arrivata con la famiglia. Jeremy Irons, suo marito da mezzo secolo, e i figli piccoli al seguito. Ricorda la corsa come una folgorazione: un intreccio di adrenalina e bellezza che l’ha sorpresa, colpita, travolta. Da allora, racconta, tante cose sono cambiate, soprattutto in termini di sicurezza e tutela degli animali, ma l’incanto è rimasto.
Al di là delle inquadrature, Cusack conserva immagini molto più quotidiane. I pranzi, i profumi di cucina, un cuoco che trasformava ogni pasto in festa. Tra tutti i sapori rimasti impressi, ce n’è uno che torna ogni volta con tenerezza ostinata: quel piatto di melanzane, morbido e profumato, che sapeva di casa anche lontano da casa. Ne parla sorridendo, mentre racconta i nuovi progetti che la coinvolgono: una serie dal titolo Grown Ups, che esplora i grovigli familiari con lo sguardo diretto di chi certe età le ha attraversate tutte.
Il film è rimasto lì, come restano certi romanzi letti troppo presto o troppo tardi, certi amori brevi che però spostano qualcosa. Quel titolo non appartiene solo a un’epoca, ma a un certo tipo di malinconia luminosa: quella che sa intrecciare giovinezza, silenzi e attimi che restano, come la polvere dorata di un pomeriggio d’estate che non vuole finire.
E forse è proprio questa la sua forza: il fatto che nessuno riesca a raccontarlo senza mescolare arte e vita.
Last modified: Luglio 22, 2025

