Siena (venerdì, 23 gennaio 2026) — A Siena la parola casa non è più sufficiente. Serve altro, e lo si è detto chiaramente nell’Aula Magna del Rettorato, dove l’Università ha aperto un confronto pubblico sul benessere abitativo della propria comunità. Campus Bene Comune non è stato un convegno da ascoltare in silenzio, ma un esercizio collettivo di immaginazione concreta: come si vive davvero in una città universitaria, e cosa manca perché quel vivere non sia provvisorio, stanco, marginale.
di Valeria Russo
L’incontro rientra nel percorso deliberativo Campus Bene Comune, coordinato dal Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive, dentro il perimetro del modulo Jean Monnet CI-INCIDE e delle attività del centro di eccellenza BRIDGE, oltre a essere una delle azioni promosse dal Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo. Ma le sigle, per una volta, sono rimaste sullo sfondo. Al centro ci sono state le persone.
Abitare, si è detto, non coincide con trovare un tetto. Non è una questione solo immobiliare, ma urbana, sociale, culturale. Significa servizi che funzionano, spazi che accolgono, tempi della città che non espellono chi studia o lavora. Significa sentirsi parte di un luogo, non ospiti a scadenza. Linda Basile, ricercatrice in Scienze politiche, ha insistito su questo punto: vivere bene non è dormire dignitosamente, è potersi muovere, incontrare, accedere alla cultura, al tempo libero, alle relazioni. È abitare la città nella sua interezza.
Attorno ai tavoli di lavoro si sono seduti studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, rappresentanti delle istituzioni e della società civile. Non per rivendicare, ma per costruire. Idee semplici, a volte. Altre più ambiziose. Tutte con un presupposto comune: Siena non può permettersi di pensare all’università come a una presenza temporanea, né agli studenti come a una popolazione di passaggio.
Il tema della città campus è emerso con forza, ma senza imitazioni fuori luogo. Siena non è e non sarà mai un campus chiuso e autosufficiente. Il suo valore sta proprio nell’essere città storica abitata, con un patrimonio culturale e paesaggistico che può diventare una risorsa quotidiana e non solo una cartolina. Qui il campus non è un recinto, è un tessuto urbano. Un equilibrio delicato, ma possibile.
Il rettore Roberto Di Pietra ha riportato il discorso al futuro, parlando di abitare temporaneo che possa diventare stabile. L’idea è semplice e radicale insieme: chi arriva per studiare dovrebbe poter immaginare di restare, lavorare, mettere radici. Non per obbligo, ma per scelta. Perché la città offre condizioni di vita all’altezza delle competenze che forma.
Le istituzioni locali hanno ascoltato e partecipato. L’assessora alle Politiche giovanili Micaela Papi ha ricordato come il benessere abitativo sia una politica trasversale, che riguarda trasporti, spazi pubblici, verde, qualità dei servizi e coesione sociale. Non basta un alloggio, serve un contesto che non faccia sentire estranei. Gli strumenti amministrativi esistono, dall’edilizia residenziale pubblica al sostegno agli affitti, ma il valore aggiunto di questo percorso sta nell’ascolto. Le politiche funzionano meglio quando nascono da chi la città la attraversa ogni giorno.
Sul metodo ha insistito anche l’assessore alla Cooperazione e alle relazioni internazionali Giuseppe Giordano, richiamando il legame tra abitare bene e diritto alla salute. Non come slogan, ma come principio costituzionale. Vivere in una città che accoglie, che non isola, che non stanca è una condizione di benessere collettivo. E momenti come questo servono anche agli amministratori, per ricevere critiche, suggerimenti, domande scomode.
Campus Bene Comune non chiude un discorso, lo apre. A Siena, dove la storia pesa e spesso immobilizza, si è provato a spostare lo sguardo in avanti. Abitare non è più solo una questione privata. È una responsabilità condivisa. E, forse, un modo diverso di pensare il futuro della città.
Last modified: Gennaio 23, 2026


