Scritto da 9:49 am Siena, Attualità, Top News

Robot gentili e contabili che non sbagliano mai

Siena — A Torrita di Siena, dentro l’Enoteca Sa Vino, tra un bicchiere di rosso e una fetta di bruschetta con l’olio nuovo, si è parlato di futuro. Non quello da film, fatto di androidi che dominano il mondo, ma di un futuro più umano, dove i robot si affacciano alla porta del lavoro per dare una mano, non per toglierla.

di Valeria Russo

L’incontro si chiamava A/O AI – intelligenti, artificiali, e faceva parte di Aperidee, quelle chiacchierate prima di cena organizzate da Confesercenti per capire dove stiamo andando, e con quale velocità.

C’era chi, come Leonardo Giannini, in robotica ci vive da vent’anni. Con la sua impresa, MAINIT, costruisce macchine che sanno ascoltare, annusare, riconoscere. Ma non sogna sostituzioni: preferisce pensare a una collaborazione educata, dove il robot si occupa delle cose ripetitive, lasciando all’uomo il gusto dell’analisi, dell’errore, della scelta.

È una visione romantica, quasi artigianale della tecnologia: il ferro che non comanda, ma serve.

Accanto a lui, Anna Casesa di Confesercenti Siena ha raccontato come l’intelligenza artificiale stia entrando anche nei mestieri meno appariscenti, quelli da scrivania, dove le fatture si accumulano come foglie d’autunno. Invece di temerla, hanno deciso di studiarla: un piccolo gruppo di lavoro interno prova a capire fin dove può arrivare la macchina e dove deve ancora fermarsi. “Un passo indietro all’uomo” — non è una regola scritta, ma un principio etico.

Così l’AI non ruba tempo, lo restituisce: snellisce i conti, riconosce documenti, alleggerisce la mente. E nel frattempo unisce le persone che la usano. Francesco De Santis e Martina Palmeston, due giovani del team, lo hanno detto con semplicità: da quando lavorano sull’intelligenza artificiale, si parlano di più. Forse è questo l’effetto più sorprendente dell’AI: costringere gli umani a confrontarsi, a spiegarsi meglio, a essere meno automatici.

Poi è intervenuto Roberto D’Autilia, che con la start up Shazarch sperimenta la tecnologia per valorizzare i beni culturali di Radicondoli. Il suo ragionamento è rimasto sospeso tra filosofia e buon senso: l’intelligenza non è nelle macchine, ma in chi le usa. Come la penna non scrive da sola, così un algoritmo non pensa. E, come ogni progresso, anche l’AI chiede misura: consuma energia, produce effetti collaterali, impone scelte etiche.

Alla fine, però, la serata è tornata a essere quello che era: una tavola apparecchiata, un profumo di pane caldo, un gruppo di persone che riflette sul mondo mentre assaggia il futuro.

La bruschetta con l’olio nuovo ha riportato tutti a terra, ricordando che anche la tecnologia, per funzionare, ha bisogno di radici.

Fuori, Torrita di Siena si preparava al silenzio della sera. Dentro, qualcuno ancora discuteva di robot e di contabilità smart, come se parlare di algoritmi tra bottiglie di Chianti e taglieri di pecorino fosse la cosa più naturale del mondo.

E forse lo è davvero: perché in fondo, l’innovazione — quella buona — è sempre nata così, tra un gesto antico e un’idea nuova, davanti a un bicchiere mezzo pieno.

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Last modified: Novembre 10, 2025
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