Scritto da 10:26 pm Siena, Attualità, Top News

Il primo sì alla cucina italiana

Siena — Il riconoscimento più difficile da ottenere è quasi sempre quello che tutti, da decenni, danno per scontato. La cucina italiana — quell’impasto di gesti, memorie, mani callose, cotture lente e conversazioni a tavola — ha ricevuto dal comitato tecnico dell’UNESCO il suo primo via libera verso il titolo di patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

di Valeria Russo

Un passaggio preliminare, certo, ma sufficiente per ricordarci che ciò che per noi è quotidiano, per il resto del mondo è un piccolo miracolo ripetuto tre volte al giorno.

La decisione finale arriverà il 10 dicembre, a Nuova Delhi, quando si riunirà il Comitato intergovernativo. Intanto questo sì tecnico, arrivato da chi pesa parole e dossier con una lente severa, ha scaldato un percorso che dura da anni. Tra coloro che l’hanno seguito con più ostinazione c’è Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita, che da sempre difende le produzioni DOP, IGP e biologiche come si difendono i ricordi di famiglia: con precisione e tenacia.

Rosati, abituato a misurare il valore dei territori attraverso i loro sapori, vede in questo passaggio un riconoscimento al lavoro diffuso che ha coinvolto istituzioni, riviste, fondazioni e quella parte d’Italia che si è impegnata a raccontare la nostra tavola oltre gli stereotipi. Per lui però il traguardo è ancora lontano: il giudizio politico di dicembre sarà il momento della verità, l’ultimo nodo da sciogliere.

Nel frattempo, Qualivita si prepara a festeggiare un anniversario che coincide quasi con una nuova nascita: i venticinque anni della Fondazione saranno celebrati con un Atlante edito da Treccani, un lavoro enciclopedico che ambisce a diventare il contrappunto culturale di questo riconoscimento internazionale. Se tutto andrà come ci si augura, il volume conterrà riflessioni autorevoli e contributi di alcuni dei cuochi più rappresentativi del Paese, a delineare un quadro completo della nostra identità alimentare.

Uno dei meriti maggiori di questa candidatura è aver riportato al centro un concetto spesso frainteso: la cucina italiana non coincide con le ricette, ma con la loro cornice. Il patrimonio immateriale da proteggere è il rito, non il piatto. È il modo in cui le persone si siedono a tavola e, senza quasi accorgersene, intrecciano storie familiari, viaggi, pettegolezzi, dialetti, odori di case e di stagioni. È l’ospitalità che nasce nei caseifici di provincia, nelle cantine che aprono ai visitatori, nei laboratori artigiani dove la produzione diventa racconto prima ancora che assaggio.

In questo sta l’unicità della nostra cucina: nella trasparenza del gesto, nella possibilità di vedere come nasce un formaggio, come matura un prosciutto, come si intrecciano le dita di un pastaiolo. È un sapere che non ha bisogno di manuali perché vive nei luoghi che lo custodiscono, e nei prodotti che parlano da soli della terra che li ha generati.

Se l’UNESCO confermerà il riconoscimento, l’Italia non riceverà una medaglia: avrà solo la conferma di ciò che da sempre intuisce. Che la sua forza non risiede nell’abbondanza, ma nell’intelligenza dei processi; non nell’ostentazione, ma nell’equilibrio; non nella ricchezza dei piatti, ma nelle relazioni che questi suscitano.

L’attesa ora scorre verso il 10 dicembre, una data che potrebbe aggiungere un sigillo simbolico a una storia che non ne avrebbe nemmeno bisogno. Ma, come spesso accade, un timbro internazionale aiuta a ricordare ciò che a volte si rischia di dare per scontato: che la nostra cucina è una forma di civiltà quotidiana, un luogo comune nel senso più bello del termine. Una tavola attorno alla quale, da secoli, l’Italia impara a riconoscersi.

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Last modified: Novembre 17, 2025
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