Siena (lunedì. 22 dicembre 2025) — Gli auguri arrivano come una camminata a passo fermo, senza enfasi, ma con quella chiarezza che non alza la voce e proprio per questo si fa ascoltare. Nel messaggio di fine anno, Nicoletta Fabio sceglie di non raccontare una città ideale, né di indulgere nella retorica delle feste. Siena viene chiamata per quello che è: una comunità viva, imperfetta, attraversata da contraddizioni e da affetti forti, come tutte le città abitate davvero.
di Valeria Russo
Il filo che tiene insieme il discorso parte da lontano, dal pensiero di Antonio Gramsci, ma arriva dritto al presente. Non come bandiera, né come segnale di appartenenza, piuttosto come bussola. Guardare la realtà senza sconti, riconoscerne i limiti, le frizioni, le cose che non funzionano. E allo stesso tempo non smettere di credere che il cambiamento sia possibile, a patto che non venga delegato a qualcun altro, ma costruito insieme.
Nel rivolgersi alle autorità, alle Contrade, al mondo del lavoro, dell’associazionismo e del volontariato, la sindaca mette al centro un’idea semplice e tutt’altro che scontata: la comunità non è un fondale, è la sostanza stessa della vita cittadina. Anche il dissenso, se nasce da attenzione e partecipazione, diventa una forma di appartenenza. La critica, quando non scivola nella delegittimazione, è segno di cura. È il modo in cui una città dice a se stessa che le importa ancora del proprio destino.
Siena, nel racconto che accompagna questi auguri, non viene difesa a prescindere né giudicata con severità astratta. È una città che eredita molto dal proprio passato, e proprio per questo rischia talvolta di irrigidirsi. Ma è anche una città che può scegliere di non chiudersi, di non trasformare la memoria in recinto. L’obiettivo resta comune: lavorare insieme, attraversando differenze e sensibilità diverse, per dare continuità a ciò che di buono esiste e correggere ciò che va cambiato.
C’è poi un passaggio che riguarda l’imperfezione, detta senza paura. Nessuna città è perfetta perché nessuna persona lo è. Fragilità, errori, stanchezze fanno parte del paesaggio umano, e negarlo non rende più forti. Al contrario, è proprio da questa consapevolezza che può nascere una forza meno arrogante e più resistente. Non l’illusione di non sbagliare, ma la capacità di rialzarsi e riprovare.
Il richiamo al pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà diventa così una traduzione concreta dell’agire amministrativo: analizzare ciò che non va senza abbattersi, e allo stesso tempo continuare a scegliere il futuro con determinazione. In questi dodici mesi, viene ricordato, qualcosa è stato costruito. Non tutto, non abbastanza forse, ma abbastanza da dimostrare che il dialogo, anche quando è faticoso, può superare barriere e divisioni.
Nel finale, il tono si fa più intimo. Il ruolo istituzionale porta con sé rinunce personali, tempo sottratto agli affetti, giornate che non finiscono mai davvero. Ma l’impegno viene ribadito come scelta consapevole, non come sacrificio esibito. Un lavoro fatto per il bene comune, con la volontà di esserci fino in fondo.
A chiudere, non una promessa, ma un augurio che ha il passo lieve della saggezza antica. Il pensiero di Jean de La Fontaine arriva come una sintesi discreta: vivere con leggerezza senza superficialità, essere gioiosi senza diventare chiassosi, coraggiosi senza perdere il senso del limite. In fondo, anche governare una città assomiglia a questo equilibrio fragile. Un’arte quotidiana, imperfetta, necessaria.
Last modified: Dicembre 22, 2025

