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Affetti, scuole e paure: Siena riapre la discussione

Siena (giovedì, 27 novembre 2025) — A Siena, come altrove, ci sono temi che ritornano ciclicamente come le stagioni: discorsi che sembravano archiviati riprendono fiato, e all’improvviso si scopre che non sono mai davvero scomparsi. L’educazione sessuale e affettiva è uno di questi.

di Valeria Russo

È bastata un’interrogazione durante il Consiglio comunale per rimettere in moto il dibattito, con l’assessora alle politiche giovanili e alle pari opportunità, Micaela Papi, chiamata a chiarire il punto davanti ai banchi del Partito Democratico. Erano gli stessi giorni in cui il Paese si fermava a contare, ancora una volta, i numeri della violenza di genere: cifre che non si guardano mai abbastanza, perché ogni volta sembrano più pesanti, più urgenti, più vicine.

Il concetto di educare agli affetti è semplice come una stretta di mano, eppure nei fatti è uno dei terreni su cui la cultura fatica di più. Psicologi, psicoterapeuti, sessuologi lo ripetono da anni: prima che la violenza diventi violenza, c’è un tempo in cui si può insegnare a riconoscerla, evitarla, difendersene. Un tempo che coincide con la scuola, con gli anni in cui si forma l’idea che abbiamo dell’altro, del rispetto, del limite. Nei giorni scorsi, la psicoterapeuta Tania Berti, del centro antiviolenza Artemisia, ha ricordato quanto sia fragile quella soglia in cui ragazzine e ragazzini imparano o disimparano la reciproca cura. E quanto spesso le scuole, oberate di programmi e richieste, non riescano a farsi carico di questi percorsi con la continuità che servirebbe davvero.

A Siena, il discorso è risuonato con forza. Non perché manchino iniziative — anzi — ma perché ogni nuovo episodio di violenza, ogni statistica che si aggiorna, sembra gridare che quello che si fa non è ancora abbastanza.

La scuola come officina del futuro

Nelle parole di Papi la scuola appare come una sorta di laboratorio civico: un luogo dove si impara a rispettare l’altro non in teoria, ma attraverso un esercizio quotidiano, a volte scomodo, a volte illuminante, sempre necessario. La città non parte da zero: sul territorio si muovono progetti che insistono su questi temi, dal percorso “W l’amore” dell’Asl Toscana sud est alle iniziative provinciali come “Peace 2”. Intorno si sta costruendo un sistema più ampio: il bilancio di genere triennale, il tavolo delle pari opportunità, una rete che prova a tenere insieme scuole, associazioni, famiglie.

La difficoltà, però, non è solo politica. Nelle scuole il sovraccarico progettuale è diventato una condizione strutturale: faticano a trovare spazio per ciò che non è obbligatorio, anche quando è profondamente giusto. L’amministrazione prova a spingere oltre quel perimetro, coinvolgendo società sportive e realtà giovanili, quasi a dire che educare alla relazione non è compito esclusivo delle aule, ma una responsabilità diffusa.

Lo sguardo verso il resto del Paese

Il confronto senese non è isolato. In altre città italiane si sperimenta, si tenta, si sbaglia, si riparte. A Genova, ad esempio, partirà un percorso di educazione sessuo-affettiva destinato ai bambini delle scuole dell’infanzia comunali: un’età che molti giudicherebbero “troppo presto”, ma che per gli esperti coincide con la nascita dei primi modelli di relazione. Lì, la politica locale ha scelto di assumersi il peso della prevenzione, lavorando direttamente con famiglie e centri antiviolenza. Un modo per ricordare che il contrasto alla violenza non comincia quando la violenza esplode, ma molto prima.

I numeri che non lasciano scampo

In Consiglio, la consigliera democratica Giulia Mazzarelli ha riportato i dati del 25 novembre, e ascoltarli fa un certo effetto: quasi un terzo delle donne italiane ha subito aggressioni fisiche o sessuali durante la propria vita; dall’inizio dell’anno i femminicidi hanno superato quota settanta; in Toscana migliaia di donne hanno bussato ai centri antiviolenza. Non sono statistiche: sono una mappa della paura, e della solitudine.

Mazzarelli ha insistito su un punto che ribalta l’immagine stereotipata della violenza: non riguarda soltanto gli adulti. Cresce tra giovanissimi, cresce tra gli anziani. Segno che il problema non sta nell’età, ma nel modo in cui apprendiamo i gesti, le parole, i confini. Da qui la richiesta di percorsi educativi più stabili, più chiari, più coraggiosi, nonostante una recente norma nazionale rischi di frenare il lavoro nelle scuole medie. Siena, almeno nelle intenzioni dell’amministrazione, sembra voler andare nella direzione opposta: sostenere, ampliare, non arretrare.

Nel suo intervento, Mazzarelli ha definito l’educazione la forma più solida di prevenzione. È la frase che rimane. Quasi una formula semplice, una promessa che scomoda tutti: istituzioni, insegnanti, genitori, adulti distratti e adolescenti confusi. La cultura, quando funziona, è un anticorpo. Ma dev’essere coltivata, spiegata, ripetuta, resa accessibile. Come un gesto quotidiano. Come il rispetto.

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Last modified: Novembre 27, 2025
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