Siena — Ogni tanto succede che un luogo antico, sedimentato nei secoli, si comporti come se avesse un cuore. Il Santa Maria della Scala, con le sue scale che scendono e risalgono come un sistema circolatorio, torna a farlo anche quest’anno, aprendo le porte alla seconda edizione di Xenos, il festival immaginato da Cristiano Leone che trasforma il complesso museale in un corpo scenico, una creatura diffusa, capace di vibrare in ogni sala, in ogni corridoio, in ogni affresco che osserva e viene osservato.
di Valeria Russo
Per quattro giorni il museo smette di essere soltanto un museo e si trasforma in una geografia in movimento, un viaggio che tiene insieme performance nate per dialogare con gli spazi, architetture che sembrano finalmente rispondere alle domande che i corpi pongono loro, e momenti itineranti che scivolano dal reale al virtuale con una naturalezza sorprendente. È una celebrazione del visibile e dell’invisibile, della materia che si mostra e di quella che sfugge, in un continuo trabocco di linguaggi.
Ad attraversare questa mappa sono artisti arrivati da ogni parte del mondo, come se Siena fosse diventata un porto temporaneo dove far approdare esperienze, gesti, intuizioni. Tra loro, la pittrice rumena Teodora Axente, una delle voci più potenti della scena europea contemporanea, ha aperto il festival con una serie di opere create appositamente per il Santa Maria della Scala: tele che sembrano respirare insieme agli spazi che le ospitano, piene di simboli che non hanno bisogno di essere decifrati per farsi sentire. Reliquie reinventate, tracce di un’identità che mette in dialogo ciò che siamo stati con ciò che potremmo essere.
Leone insiste da tempo su un punto preciso: restituire al luogo la presenza dei corpi. Non solo quelli degli artisti, ma quelli del pubblico, dei visitatori, delle persone che attraversano gli ambienti quasi in punta di piedi, come se temessero di disturbare la memoria di un ospedale millenario. Xenos parte da qui: dall’idea che questi corpi, che in passato venivano accolti e curati, oggi possano tornare a vivere gli spazi con un’intensità diversa, non più per essere guariti ma per generare risonanza. Un unico discorso che abbraccia la danza, il gesto, la voce, il movimento, lo sguardo.
E poi c’è la dimensione, tutta umana, che guida questo festival: la curatrice Anna Lea Antolini la chiama “una risonanza di anime”. È un’immagine che rende bene il senso complessivo di Xenos. L’incontro con Leone, le intuizioni nate guardando i primi appunti di Axente, la decisione di costruire un percorso che non fosse una semplice successione di performance, ma una metamorfosi continua. Corpi che si trasformano, spazi che cambiano funzione mentre vengono attraversati, un museo che si comporta come una creatura che ascolta chi lo abita.
Le performance site-specific non sono semplicemente collocate: sono figlie degli spazi. Nascono dai muri scrostati, dai soffitti affrescati, dai corridoi dove un tempo passavano infermieri e pellegrini. E a queste si alternano momenti di approfondimento, come quello con Jacopo Veneziani, che mette al centro lo sguardo: non lo sguardo dell’esperto, ma quello del visitatore che cerca di dare un ordine alla meraviglia.
Xenos non pretende di fornire risposte. Preferisce muovere domande, far vibrare l’attenzione, mettere insieme lingue, gesti, provenienze e storie. È un festival che sembra suggerire che “straniero”, in fondo, è chiunque non abbia paura di lasciarsi cambiare da ciò che incontra. E in questo corpo antico che per secoli ha accolto e curato persone in carne e ossa, l’idea di metamorfosi non è un artificio concettuale: è la sostanza stessa della sua storia.
Per quattro giorni, il Santa Maria della Scala smette di essere un luogo da guardare e diventa un luogo da attraversare. Un organismo vivo, capace di accogliere il passato e di restituirlo con una voce nuova. Una voce che parla con i corpi, non con le parole. Una voce che, per quanto antica, non ha mai smesso di cercare nuove forme per farsi ascoltare.
Last modified: Novembre 14, 2025

