Scritto da 7:55 pm Siena, Attualità

Titolo: Il vino che parla sottovoce

Siena (venerdì, 28 novembre 2025) — Ci sono vini che nascono per accompagnare un pranzo, altri per sostenere la vanità di un’etichetta importante. E poi ci sono quelli che nascono per dire qualcosa, quasi per prendere la parola quando gli esseri umani esitano.

di Valeria Russo

Nel progetto di Roberto Cipresso questa voce arriva da molto lontano, da terre ferite, tagliate dai confini e dalla guerra: Iran, Armenia, Ucraina. Paesi dove la vigna non è mai solo agricoltura, ma una forma di resistenza.

A Montalcino, dove Cipresso ha messo radici e laboratorio, il riconoscimento della guida Bibenda è arrivato come un sigillo su una carriera che ha superato i quarant’anni. Un nuovo Oscar del Vino, vent’anni dopo il primo, a conferma di una vita trascorsa a rincorrere l’eccellenza tra filari e botti, sempre con quell’aria un po’ sospesa di chi cerca nel vino qualcosa che va oltre il mestiere.

“Wine of silence” è il nome del progetto che lo ha riportato al centro della scena, ma il suo senso è tutto nell’immagine contraria: un vino che nasce dal silenzio per rompere il silenzio delle guerre. Non un manifesto pacifista, non un’operazione di marketing, ma un gesto di restituzione. Quando una vita si misura in decenni di vigneti e vendemmie, arriva un momento in cui si avverte il bisogno di chiudere il cerchio: dare indietro ciò che la terra ha regalato.

Per questo Cipresso ha coinvolto una squadra di colleghi, quasi una piccola confraternita, unita dall’idea che il vino non sia un oggetto da incasellare tra naturale e tecnologico, ma un racconto universale: la fatica di un anno, la tenacia di una comunità, la voce delle campagne che sopravvivono anche quando tutto intorno trema.

In Ucraina, nella regione di Odessa, la viticoltura resiste da ventisette secoli. È una linea del tempo che scorre parallela alle vicende umane, e non si arresta nemmeno ora. Le bottiglie prodotte a Shabo, come certi vini bianchi dal carattere netto, sembrano un messaggio cifrato: qui si continua a vivere. Ogni vendemmia è una forma di ostinazione.

Lo stesso accade in Armenia, terra antichissima del vino, dove le vigne affondano in una storia di sei millenni. Ma questa antichità non protegge dalle tensioni contemporanee, dai confini serrati, dalla precarietà quotidiana. Eppure le cantine continuano a lavorare, soprattutto quelle che operano a piede franco, senza scorciatoie tecniche, come se il gesto artigianale fosse un modo per dichiarare fedeltà alla propria terra.

Poi c’è il capitolo persiano, forse il più arduo. In Iran, dove il vino non può esistere ufficialmente, la vigna sopravvive come può, nascosta tra le pieghe della legge. Gli uve vengono raccolte e poi trasportate altrove, in Armenia o in Azerbaigian, per diventare vino in un’altra terra, quasi in esilio. Un viaggio complicato, rocambolesco, che dice tutto sulla fragilità e sulla determinazione di chi non vuole rinunciare al proprio frutto.

Cipresso guarda a queste storie con un rispetto quasi religioso, come se fossero parabole necessarie per comprendere il senso di ciò che fa. Nel suo racconto, il vino diventa un ponte tra mondi lontanissimi: una bottiglia che arriva sulle tavole europee porta con sé non solo aromi e terroir, ma un pezzo di silenzio, di paura, di speranza.

È questo, forse, che la giuria di Bibenda ha voluto premiare: la capacità di vedere nella viticoltura non una competizione, ma una forma di ascolto. Un modo gentile per ricordare che, anche quando i popoli si feriscono, le vigne continuano a crescere, ostinate e mute. E che a volte basta stappare una bottiglia per sentir parlare terre che non hanno più voce.

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Last modified: Novembre 28, 2025
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