Scritto da 6:50 pm Siena, Attualità, Top News

Quattro ragazzi e un’idea che sa di casa

Siena — C’è qualcosa di ostinato e un po’ fiabesco nel modo in cui certi progetti nascono a Siena: cominciano come un gioco, un esperimento tra amici, e poi si allargano come fanno le crepe buone nei muri antichi, quelle che non rovinano ma raccontano.

di Valeria Russo

La storia dei quattro ragazzi che hanno dato vita al “Citto Gin” somiglia proprio a questo: un’idea nata quasi per vedere l’effetto che fa, diventata poi una piccola impresa dal passo deciso.

Adesso quel passo si fa più lungo. Davide Micheli, Simone Fantoni, Giacomo Lodovici e Ugo Venturini portano in scena due nuovi compagni di viaggio, un Vermouth e un Bitter che sembrano usciti da un atlante sentimentale del bere italiano. Hanno nomi che profumano di casa, come certi soprannomi che ti restano addosso per sempre, e un’anima costruita tassello dopo tassello dentro il territorio che li ha visti crescere.

Il Bitter, con quel suo equilibrio un po’ teatrale tra erbe fresche e spezie che scaldano, ha l’aria di chi ha fatto una passeggiata per i Navigli e poi è tornato a Siena perché ci stava meglio. Il Vermouth, invece, è un ponte messo tra colline e pianure: da una parte il Sangiovese, con quella ruvidità gentile che sa di bosco e di pietra scaldata dal sole; dall’altra le botaniche piemontesi, che portano in dote un’educazione alla precisione e alla misura.

Perfino le etichette hanno la loro piccola epopea: Giada Varricchio, che le ha realizzate, ha nascosto dentro i colori una specie di memoria liquida del prodotto, come se ogni bottiglia fosse una pagina di diario in cui il distillato si racconta da solo. Un dettaglio minuscolo e allo stesso tempo enorme, di quelli che ti fanno capire che l’artigianato, quando è fatto bene, vale quanto un atto poetico.

E poi c’è la questione più grande, quella che va oltre le bottiglie. Perché il progetto di questi quattro giovani non è soltanto un esercizio di imprenditoria ben riuscita: è un modo, forse il loro modo, per dire che Siena può cambiare senza smettere di essere sé stessa. Che si può fare impresa senza tradire il territorio, ma anzi usandolo come ingrediente, come ispirazione, come motivo per restare.

In un tempo in cui tutto sembra correre più veloce della capacità di capirlo, loro hanno scelto la strada lenta, quella che passa dai laboratori, dalle prove, dagli errori, dai brindisi fatti per scaramanzia. E in questa lentezza c’è qualcosa di profondamente contemporaneo: la voglia di costruire un futuro che abbia il sapore di casa, e che sappia parlare una lingua che non si perde nell’aria, ma resta, come un buon distillato, a scaldare.

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Last modified: Novembre 19, 2025
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