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Quattro giorni di scienza che provano a immaginare il futuro

Siena — Ci sono appuntamenti che sembrano nascere già con un destino preciso: quello di misurare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che dovremmo sapere. A Roma, per quattro giorni di novembre, questo esercizio collettivo è diventato quasi una disciplina sportiva.

di Valeria Russo

L’INF-ACT annual meeting 2025 ha riunito più di quattrocento ricercatori arrivati da tutta Italia – dai grandi atenei ai centri clinici, fino alle piccole imprese che vivono di innovazione – per provare a capire come affrontare le malattie infettive che continuano a reinventarsi a un ritmo più veloce del nostro.

Settantasette istituzioni diverse sedute intorno allo stesso tavolo: un mosaico frastagliato che, almeno per una volta, ha provato a parlarsi senza barriere accademiche o gerarchie implicite. L’obiettivo non era solo presentare dati, ma immaginare un sistema sanitario capace di rispondere con anticipo, con metodo, con quella lucidità che spesso arriva soltanto dopo le emergenze.

Tra le molte voci, una ha risuonato più delle altre: quella del premio dedicato al professore Carlo De Bac, figura storica delle malattie infettive, scomparso da poco. Il riconoscimento, pensato per chi sa tenere insieme rigore scientifico e chiarezza divulgativa, è andato a un contributo che ha fatto esattamente questo: spiegare un problema complesso con la naturalezza di chi conosce i propri dati fino in fondo.

Il poster premiato aveva un titolo che sembrava una domanda fatta al buio: Who’s buzzing around? Un lavoro firmato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Siena, guidati da Rebecca Funari, che ha analizzato la presenza di due forme di una stessa zanzara – la Culex pipiens – in alcune aree della Toscana meridionale.

Non una curiosità entomologica, ma una questione molto concreta: perché una punge gli animali selvatici, l’altra preferisce gli esseri umani, e dalla loro convivenza – e dalle loro ibridazioni – possono nascere nuovi rischi di trasmissione di malattie come il West Nile virus.

Raccontare tutto questo a un pubblico non specializzato è un’arte rara, e il premio è nato proprio per riconoscere questa abilità: quella di rendere comprensibile ciò che normalmente resta confinato tra tabelle, grafici e linguaggi criptici.

Il meeting, però, non è stato solo premi. È stato un flusso continuo di confronti: due lezioni magistrali affidate a studiosi di calibro internazionale, quaranta presentazioni orali, oltre duecento poster. Un oceano di dati su virus emergenti, modelli matematici che prevedono come le epidemie si muoveranno, tecniche di controllo di vettori come zecche e zanzare, nuove strategie terapeutiche ancora in fase di sperimentazione.

In quei giorni ricorreva anche la settimana mondiale dedicata all’uso consapevole degli antibiotici. Non poteva mancare, infatti, un approfondimento sulla resistenza antimicrobica: un fenomeno silenzioso che cresce mentre l’opinione pubblica guarda altrove. L’Istituto Superiore di Sanità ha portato numeri che non lasciano spazio all’indifferenza: otto patogeni sotto sorveglianza, resistenze in aumento, un quadro che chiede soluzioni non più rinviabili.

Accanto ai ricercatori, anche la politica ha fatto sentire la sua presenza. Interventi istituzionali, aggiornamenti sul PNRR, riflessioni sulla necessità di strutture che accompagnino la ricerca e non la inseguano. È un compito che richiede continuità, finanziamenti stabili, ma soprattutto una visione.

La sintesi di questo percorso l’ha offerta chi guida la Fondazione INF-ACT: tre anni fa, la rete era solo un’intenzione; oggi è un organismo vivo, attraversato da relazioni che si sono consolidate proprio grazie a incontri come questo. La ricerca, per funzionare davvero, ha bisogno di questo: spazi in cui discipline diverse si sfiorano, si parlano, si contaminano.

Alla fine, ciò che resta non sono solo le slide, i numeri o le conclusioni scientifiche, ma qualcosa di più prezioso: la sensazione che la complessità della realtà – virus, vettori, clima, strategie di cura – possa essere affrontata solo se si lavora insieme. Per quattro giorni, a Roma, questo è successo davvero.

Il futuro della salute pubblica non è fatto di eroi isolati, ma di reti. E questo meeting, pur nella sua densità, lo ha ricordato con una chiarezza quasi disarmante.

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Last modified: Novembre 24, 2025
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