Siena (mercoledì, 30 luglio 2025) — Si parte. Ma non è detto che si arrivi.
È questa la logica sottile del nuovo ingresso a Medicina: spalancare le porte a tutti per poi richiuderle, qualche mese dopo, senza rumore. Una falsa partenza o forse solo una corsa con eliminazione differita.
di Valeria Russo
Succede anche a Siena, dove l’entusiasmo ha già superato i cinquecento iscritti. Tanti, tantissimi rispetto al solito. Ma il numero che conta, quello che resterà scritto nel tempo, è un altro: 305. Sono i posti veri, quelli che garantiscono il proseguimento. Gli altri, purtroppo, si perderanno per strada, magari dopo aver preso casa, fatto amicizie, cominciato a chiamare “mia” una città che, a gennaio, potrebbe diventare un ricordo.
Il vecchio test di Medicina non c’è più, e su questo si è gioito. Però non è sparita la selezione, si è solo spostata più in là. Al suo posto c’è un semestre aperto a tutti, con esami veri, difficili, vincolanti. Tre esami da affrontare, ognuno legato a una disciplina cardine del sapere scientifico: prima le reazioni, poi le cellule, infine le leggi che governano il movimento e la materia.
Tutti insieme, tutti nello stesso spazio, l’Aula Magna, l’unico ambiente capace di contenere questo esercito di futuri medici, almeno per ora.
Per chi non riuscirà a entrare fisicamente in aula, l’università ha pensato a una soluzione parallela: sedi decentrate e lezioni in differita ad Arezzo, Grosseto e San Giovanni Valdarno. Un modo per ampliare lo spazio, ma anche un segnale che questo sistema ha bisogno di elasticità, di adattamento continuo, come un organismo in evoluzione che non ha ancora trovato la sua forma definitiva.
A cavallo tra novembre e dicembre si aprirà la doppia finestra delle verifiche. Solo chi riuscirà a portare a casa l’intero pacchetto di voti positivi potrà accedere all’elenco nazionale che decide chi va avanti e dove. E sarà quella graduatoria a decidere tutto: se si potrà continuare e dove. Il paradosso è servito: si comincia a Siena, ma si rischia di finire a Palermo, a Milano, o in un ateneo che non si è nemmeno visitato. Il punteggio comanda, le preferenze contano fino a un certo punto. E le persone, quelle vere, con le valigie e i contratti d’affitto, restano sospese in un limbo.
C’è chi difende il modello. Si dice che sia più inclusivo, più equo, che dia una possibilità a chi altrimenti non avrebbe mai avuto accesso. E in parte è vero. Ma ogni apertura genera anche attese. Si rischia di dare a troppi l’impressione di aver cominciato davvero, quando in realtà erano solo comparse nella prima scena.
Sullo sfondo, rimangono problemi molto concreti. Come si fa a trovare una casa per tre mesi? Chi la concede, oggi? E cosa succede a chi ha investito tempo, soldi, energie per trasferirsi in una città da cui potrebbe essere espulso senza colpa?
Questi primi mesi assomigliano più a una selezione travestita da benvenuto che a un vero inizio di percorso. Ma in sottofondo resta chiara l’incertezza: ogni prova può essere l’ultima, ogni punteggio può cambiare il destino.
Il dieci dicembre è la data fatidica. Da quel giorno in poi, i giochi saranno fatti.


