Siena (giovedì, 11 dicembre 2025) — La notizia arriva dall’India, in una sala di New Delhi dove il mondo si riunisce per decidere cosa valga la pena custodire. Stavolta è toccato a un patrimonio che in Italia diamo così per scontato da non accorgerci più della sua straordinaria rarità: la nostra cucina.
di Valeria Russo
Non un piatto, non una ricetta, non un’icona del gusto, ma l’intero modo di intendere il cibo. L’Unesco ha riconosciuto ciò che gli italiani sanno da sempre senza riuscire a dirlo davvero: cucinare, da queste parti, è un gesto che ha a che fare con la memoria, con l’affetto, con un’idea di comunità che resiste anche quando tutto il resto si sfalda.
È curioso pensare che, mentre discutiamo da anni se sia meglio il pomodoro fresco o quello in barattolo, un comitato internazionale si sia trovato d’accordo all’unanimità nel definire la cucina italiana una miscela di tradizioni e legami sociali, una sorta di alfabetizzazione sentimentale tramandata di generazione in generazione. Un patrimonio immateriale che non si mette sotto vuoto, non si esporta in container, ma vive nelle mani di chi impasta, nelle voci che si sovrappongono intorno al tavolo, nelle domeniche in cui la lentezza sembra l’unico lusso rimasto.
In questa decisione c’è anche la conferma di qualcosa che negli ultimi anni abbiamo imparato a dire con più consapevolezza: la tavola, per noi, è cura. Non solo per il gusto, che pure è un bel pretesto, ma per quella ricerca di equilibrio che chiamiamo Dieta Italiana, una specie di bussola che indica moderazione, qualità, stagionalità, e che tiene insieme salute e piacere con una naturalezza che altrove faticano a comprendere. È il nostro modo di prenderci in carico il benessere, prima che lo facciano le medicine o i medici.
Il riconoscimento, naturalmente, rende felici le istituzioni che da anni indicano nell’alimentazione corretta una forma di prevenzione accessibile a tutti. È facile immaginare il sottosegretario alla salute mentre spiega, con l’orgoglio tipico della politica quando la realtà sembra darle ragione, che un piatto ben costruito può diventare un alleato contro malattie croniche, obesità, acciacchi metabolici. Una specie di investimento pubblico che parte dal frigorifero di casa e arriva, a cascata, fino alla tenuta del servizio sanitario.
Dietro le celebrazioni, però, si intravede anche un invito a non adagiarci. Perché se la cucina italiana diventa patrimonio dell’umanità, l’umanità non ci restituirà il favore da sola: tocca a noi continuare a insegnare ai bambini cosa significhi scegliere un alimento, tocca a noi ricordare che la tradizione è un organismo vivo, che cambia, assorbe, si rinnova senza perdere il suo centro. E tocca alla politica, almeno nelle intenzioni, sostenere questa pedagogia silenziosa, fatta più di gesti quotidiani che di grandi proclami.
Il risultato, allora, non è soltanto un titolo da aggiungere all’elenco delle eccellenze nazionali. È una responsabilità: una promessa di continuare a vivere il cibo non come decoro folcloristico, ma come parte essenziale di ciò che siamo. Una specie di patto collettivo, cucinato lentamente, che invita il Paese a diventare più sano, più consapevole, forse perfino più longevo. Come se l’Unesco, per una volta, avesse deciso di ricordarci qualcosa che rischiavamo di dimenticare: che il futuro, in Italia, passa ancora da una cucina accesa e da un tavolo apparecchiato.
Last modified: Dicembre 11, 2025

