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L’Eroica: la bellezza che pedala piano

Siena (lunedì, 21 luglio 2025) — Non è una corsa. È qualcosa che somiglia a un pellegrinaggio laico, con le ruote piene di polvere e il cuore che sobbalza come una ruota sgonfia su un tratto di strada bianca.

di Valeria Russo

L’Eroica non ha traguardi da tagliare, né trofei da lucidare. È fatta per quelli che hanno ancora voglia di rallentare, e magari anche un po’ di faticare.

Giancarlo Brocci, invece di inseguire il futuro, ha deciso di dare una seconda occasione al passato. E così, invece di gomme slick e cronometri digitali, ha rimesso in circolo maglie di lana, biciclette che pesano come una zavorra d’affetto e borracce che sanno di metallo e vino rosso.

Ma sotto la nostalgia, c’è qualcosa di più. C’è la voglia di salvare non solo un modo di andare in bicicletta, ma un modo di stare al mondo. Quello in cui il paesaggio non è sfondo, ma compagno di viaggio. Dove il sudore è parte del paesaggio, come i cipressi o i calanchi.

Chi partecipa all’Eroica non corre. Respira. Pedala su un percorso che sembra disegnato da un pittore stanco, tra Gaiole, Montalcino, Asciano e la Val d’Orcia, come se ogni curva fosse una parentesi di storia, un’ansa del tempo, una frase antica che ha dimenticato di finire.

Non stupisce che, col tempo, siano arrivati anche i grandi: Gimondi, Moser, Saronni, Hampsten. Gente che ha conosciuto il podio, ma che qui ha trovato un’altra forma di gloria: quella che non si misura, che non si pesa, che non si firma. Solo si vive.

E poi ci sono i volti noti, quelli che non salgono in bici per mestiere, ma per devozione. Paolo Rossi, con le gambe da ex calciatore e la faccia da eterno ragazzino. Piero Pelù, che tra una pedalata e l’altra deve averci trovato un accordo buono per una nuova canzone.

L’Eroica, ormai, è diventata un emblema. Le sue strade bianche sono finite nei film di Scott, Minghella, Bertolucci. Perché hanno quella luce che il cinema cerca sempre, ma che solo qui si lascia riprendere senza fare la preziosa.

Il percorso permanente è aperto tutto l’anno, come un museo senza biglietto e senza guardiani. Ci si va quando si ha voglia, con la propria bici e il proprio silenzio. Si attraversano vigne, si sfiorano castelli, si salutano pievi romaniche che sembrano lì apposta per applaudire ogni passaggio.

Chi ci arriva, di solito, non cerca un tempo da battere. Cerca l’orizzonte. Lo insegue con la testa bassa, poi lo guarda negli occhi. Basta tornare a casa con la polvere sulle gambe e un pezzetto di bellezza incollato addosso. Una bellezza lenta. Una bellezza vera.

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Last modified: Luglio 21, 2025
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