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Le pagine ritrovate

Siena — Ci sono storie che si consumano nell’arco di una notte, e altre che attraversano i decenni come una lunga nostalgia. Le pagine miniate rubate nel 1982 al Museo Diocesano di Colle di Val d’Elsa appartengono alla seconda categoria: per oltre quarant’anni sono rimaste sospese in una specie di limbo, strappate al convento di San Lucchese e al loro destino di carta sacra, finite chissà dove, maneggiate da mani estranee, dimenticate da molti ma non da tutti.

di Valeria Russo

Adesso tornano a casa, o qualcosa che somiglia terribilmente a un ritorno. Sei fogli di corali francescani, saliti e scesi per secoli dai leggii, riemergono integri e silenziosi come se avessero solo atteso che qualcuno li riconoscesse. Un gesto che, a quanto pare, è arrivato da un privato cittadino: uno di quegli studiosi appassionati che hanno l’occhio allenato a vedere la storia anche quando si nasconde negli interstizi. Ha osservato le miniature, ha sentito un filo tirare, e quel filo ha riportato tutto al furto dell’8 marzo del 1982. Da lì è ripartita un’indagine che non era più un’indagine, ma la coda lunga di un torto.

Il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri ha fatto il resto, ricomponendo la vicenda come si rimette insieme un mosaico. Non è la prima volta: già nel 2020 una parte delle pagine era stata recuperata ed esposta a Palazzo Pitti, in una mostra che suonava come una richiesta di restituzione rivolta al tempo. Due anni dopo, un’altra tappa nel Complesso di San Pietro. Oggi, finalmente, un passo più deciso verso la loro nuova vita pubblica.

Le opere provengono da due cicli liturgici diversi, e già questo racconta una storia nella storia. Le più antiche, collocate tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, portano I tratti della miniatura senese, quella eleganza misurata che appartiene soltanto a certe mani. Le altre, di metà Quattrocento, parlano invece la lingua delle botteghe fiorentine, in quei decenni aperte a maestranze che venivano da fuori, da zone periferiche, da mondi artistici minori ma vivissimi. Due anime della stessa fede, potremmo dire, e dello stesso convento.

Nella ricostruzione ha avuto un ruolo prezioso anche l’Università di Firenze, attraverso la voce e lo sguardo della professoressa Sonia Chiodo, che quelle pagine le aveva già curate e studiate quando erano esposte a Pitti. Una sorta di memoria scientifica che tiene insieme ciò che la cronaca ha sparpagliato.

Dal sequestro alla conservazione il passo è stato breve: le pagine sono state affidate all’Opificio delle Pietre Dure, che per il patrimonio italiano è un po’ come una casa di cura d’élite, dove i pazienti non parlano ma hanno bisogno di una delicatezza rara. Lì sono rimaste, sorvegliate e protette, fino al giorno in cui si è potuto finalmente dire: eccole, tornano a chi ne è il legittimo custode.

La cerimonia, ospitata nel Complesso di San Pietro, aveva un’aria quasi domestica, come quando si riabbraccia un oggetto perduto da tempo e si scopre che non ha smesso di parlarci. Il Nucleo TPC ha restituito le opere all’Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d’Elsa e Montalcino, che le consegnerà al Sindaco di Colle: il quale, a sua volta, le depositerà nel museo civico e diocesano. È una catena lunga, fatta di mani pubbliche, mani istituzionali, mani competenti. Ma ognuno, in quel passaggio, sembrava maneggiare qualcosa di fragile e insieme potentissimo.

E poi c’è l’altro valore, quello che non si vede subito: la promessa di un percorso nuovo. Un progetto di studio e valorizzazione che unirà l’università, il museo, il Comune, l’Ufficio dei Beni Culturali Ecclesiastici e il Nucleo TPC. Una mostra, certo, ma anche un itinerario educativo nelle scuole, dove questi fogli – sopravvissuti a furti, dispersioni, mercati paralleli – diventeranno la prova che il patrimonio non è una parola astratta, ma una specie di eredità collettiva che ci riguarda da vicino.

In un tempo in cui le cose scompaiono in fretta e spesso nessuno se ne accorge, la restituzione di queste pagine miniate suona come un piccolo contrappunto: un promemoria che dice che qualcosa, almeno qualcosa, può essere recuperato. Che gli oggetti possono ritornare, ma soprattutto che può tornare il senso di appartenenza a una storia più grande della nostra.

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Last modified: Novembre 14, 2025
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