Scritto da 10:01 pm Siena, Attualità, Top News

Le montagne che aspettano

Siena — La nuova Legge sulla montagna è arrivata come una promessa di riscatto. Doveva essere la svolta, la parola che mancava per rimettere al centro quei territori che da anni vivono tra l’orgoglio di restare e la fatica di farcela.

di Valeria Russo

La nuova Legge sulla montagna è arrivata come una promessa di riscatto. Doveva essere la svolta, la parola che mancava per rimettere al centro quei territori che da anni vivono tra l’orgoglio di restare e la fatica di farcela. Eppure, appena scesa dalle pagine del Parlamento per incontrare la realtà, la legge ha cominciato a inciampare. Ad Abbadia San Salvatore, sull’Amiata, la notizia è arrivata con un misto di speranza e diffidenza. Perché chi vive in montagna, alle promesse, ci crede con prudenza.

Niccolò Volpini, il sindaco, la guarda da vicino ogni giorno la sua montagna: la conosce per nome, per mestiere e per storia. E sa che Abbadia non è un paesino di cartolina, ma un luogo complicato, con un passato industriale e minerario che ancora pesa nei polmoni e nella memoria, e un presente che cerca equilibrio tra turismo, scuola, sanità e servizi per un intero comprensorio. È una montagna che produce, che lavora, che non si limita a sopravvivere. Eppure, nella nuova legge, sembra quasi che a contare di più siano i luoghi più isolati, quelli che vivono di agricoltura di resistenza, di piccole comunità sparse tra boschi e strade difficili.

La questione è tutta lì: non tutte le montagne sono uguali. Ce ne sono che hanno bisogno di strade, altre di internet; alcune lottano per tenere aperta una scuola, altre per trattenere giovani laureati che non vogliono abbandonare un’economia locale che potrebbe funzionare. Abbadia è una di queste: una montagna industriale, con le ciminiere arrugginite come colonne vertebrali di un passato che non se ne va. Una montagna che non chiede elemosina, ma strumenti concreti per crescere.

Il nodo più grosso, come spesso accade in Italia, è il coordinamento tra Stato e Regioni. Una legge c’è, ma la Toscana – ancora – non ha definito come metterla in pratica. Così, mentre i ministri parlano di rilancio, nei comuni si aspetta di capire quali saranno le regole, i fondi, le priorità. È come avere una macchina nuova senza chiavi: bella, promettente, ma ferma in garage.

Poi c’è la questione energetica, che qui non è un dettaglio ma un capitolo intero di storia. L’Amiata è terra di centrali geotermiche, di miniere, di sorgenti calde. Eppure, la legge sulla montagna parla di sostenibilità senza dire come i piccoli comuni possano davvero diventare autonomi dal punto di vista energetico. Ad Abbadia avevano iniziato a progettare una comunità energetica, per produrre energia pulita e condividerla tra cittadini e imprese. Tutto bloccato da regole vaghe, procedure senza fine, promesse senza decreti. Una montagna che produce energia ma non può usarla: un paradosso che solo la burocrazia riesce a partorire.

Volpini sa che la soluzione non può essere una legge uguale per tutti. Servirebbe una mappa più precisa, capace di leggere la complessità dei territori e non di ridurli a slogan. Perché la montagna non è una, ma cento: vive di boschi e di fabbriche, di turismo e di scuole che chiudono, di vecchi che resistono e ragazzi che se ne vanno.

La nuova legge, con tutte le sue buone intenzioni, rischia di restare un bell’elenco di principi, se non incontra chi, la montagna, la abita ogni giorno. Quella fatta di strade ghiacciate e di sale comunali riscaldate a metà, di volontari che tengono aperti ambulatori, di imprese che ancora credono di poter innovare senza dover scendere a valle.

Forse, più che una legge sulla montagna, servirebbe una legge della montagna: scritta da chi la conosce davvero, non da chi la guarda da lontano come un paesaggio. Perché quassù, le parole camminano solo se trovano un sentiero.

Eppure, appena scesa dalle pagine del Parlamento per incontrare la realtà, la legge ha cominciato a inciampare. Ad Abbadia San Salvatore, sull’Amiata, la notizia è arrivata con un misto di speranza e diffidenza. Perché chi vive in montagna, alle promesse, ci crede con prudenza.

Niccolò Volpini, il sindaco, la guarda da vicino ogni giorno la sua montagna: la conosce per nome, per mestiere e per storia. E sa che Abbadia non è un paesino di cartolina, ma un luogo complicato, con un passato industriale e minerario che ancora pesa nei polmoni e nella memoria, e un presente che cerca equilibrio tra turismo, scuola, sanità e servizi per un intero comprensorio.

È una montagna che produce, che lavora, che non si limita a sopravvivere. Eppure, nella nuova legge, sembra quasi che a contare di più siano i luoghi più isolati, quelli che vivono di agricoltura di resistenza, di piccole comunità sparse tra boschi e strade difficili.

La questione è tutta lì: non tutte le montagne sono uguali. Ce ne sono che hanno bisogno di strade, altre di internet; alcune lottano per tenere aperta una scuola, altre per trattenere giovani laureati che non vogliono abbandonare un’economia locale che potrebbe funzionare. Abbadia è una di queste: una montagna industriale, con le ciminiere arrugginite come colonne vertebrali di un passato che non se ne va. Una montagna che non chiede elemosina, ma strumenti concreti per crescere.

Il nodo più grosso, come spesso accade in Italia, è il coordinamento tra Stato e Regioni. Una legge c’è, ma la Toscana – ancora – non ha definito come metterla in pratica. Così, mentre i ministri parlano di rilancio, nei comuni si aspetta di capire quali saranno le regole, i fondi, le priorità. È come avere una macchina nuova senza chiavi: bella, promettente, ma ferma in garage.

Poi c’è la questione energetica, che qui non è un dettaglio ma un capitolo intero di storia. L’Amiata è terra di centrali geotermiche, di miniere, di sorgenti calde. Eppure, la legge sulla montagna parla di sostenibilità senza dire come i piccoli comuni possano davvero diventare autonomi dal punto di vista energetico. Ad Abbadia avevano iniziato a progettare una comunità energetica, per produrre energia pulita e condividerla tra cittadini e imprese. Tutto bloccato da regole vaghe, procedure senza fine, promesse senza decreti. Una montagna che produce energia ma non può usarla: un paradosso che solo la burocrazia riesce a partorire.

Volpini sa che la soluzione non può essere una legge uguale per tutti. Servirebbe una mappa più precisa, capace di leggere la complessità dei territori e non di ridurli a slogan. Perché la montagna non è una, ma cento: vive di boschi e di fabbriche, di turismo e di scuole che chiudono, di vecchi che resistono e ragazzi che se ne vanno.

La nuova legge, con tutte le sue buone intenzioni, rischia di restare un bell’elenco di principi, se non incontra chi, la montagna, la abita ogni giorno. Quella fatta di strade ghiacciate e di sale comunali riscaldate a metà, di volontari che tengono aperti ambulatori, di imprese che ancora credono di poter innovare senza dover scendere a valle.

Forse, più che una legge sulla montagna, servirebbe una legge della montagna: scritta da chi la conosce davvero, non da chi la guarda da lontano come un paesaggio. Perché quassù, le parole camminano solo se trovano un sentiero.

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Last modified: Novembre 11, 2025
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