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L’abbordaggio nel Mediterraneo, la guerra a Gaza e il silenzio che resta

Siena (mercoledì, 1 ottobre 2025) — Il mare di ottobre è piatto e inganna. La barca Alma lo taglia con fatica, carica più di simboli che di uomini. Supera le settantacinque miglia dalla costa di Gaza, mai nessuno prima aveva osato tanto.

di Valeria Russo

È il punto di non ritorno. Da lì comincia l’attesa, i radar israeliani che scandagliano, l’alt che arriva secco, il fermo immediato. Lo chiamano abbordaggio, ma in realtà è un sequestro in piena regola: isolamento, equipaggio bloccato, comunicazioni ridotte al minimo.

Gli attivisti parlano di diritti, i governi parlano di ordine pubblico. A Roma Tajani si affretta a chiarire che gli italiani sono stati portati ad Ashdod e che saranno espulsi. La premier Meloni da Copenaghen dice che insistere è irresponsabile, come se la vicinanza a Gaza fosse una forma di capriccio politico. Il linguaggio della diplomazia si piega sempre sul lato del più forte: si giustifica l’intervento militare, si liquida la disobbedienza civile.

A Gaza intanto la guerra non rallenta. Israele annuncia che la strada costiera Rashid sarà chiusa verso nord. È l’arteria che portava a Gaza City, l’ultima via d’accesso rimasta. La popolazione potrà muoversi solo verso sud, dicono, senza controlli. Ma i numeri raccontano altro: ottocentomila persone hanno già abbandonato la città, fuggendo sotto gli altoparlanti che intimano di evacuare. I quartieri si svuotano come gusci, i palazzi diventano rovine senza nomi.

Israele si prepara all’assalto finale. L’Idf avverte che Hamas intensificherà gli attacchi, e la città potrebbe vivere i suoi ultimi giorni. Si parla di un piano di pace sponsorizzato da Trump, ma resta un’ipotesi sospesa nel vuoto. Se non verrà accettato, Gaza rischia di essere cancellata come entità urbana. Sarà un deserto di macerie e silenzi, un nome inciso solo nei rapporti delle Nazioni Unite.

L’Europa osserva, impotente e complice. Bruxelles parla di equilibri, di mediazione, di necessità di sostenere Israele senza dimenticare i civili palestinesi. Ma nei fatti resta muta, prigioniera di interessi energetici e pressioni diplomatiche. L’Italia balbetta dichiarazioni di principio mentre caccia i propri attivisti riportati ad Ashdod. Il Mediterraneo, che era stato culla di civiltà, diventa il mare della resa: pattugliato, militarizzato, chiuso.

La verità è che non c’è neutralità quando la sproporzione è così evidente. Da una parte uno Stato con esercito, tecnologia, sostegni internazionali; dall’altra una popolazione intrappolata in una prigione a cielo aperto. I numeri non mentono: case distrutte, rifugiati, bambini che diventano statistica prima ancora di diventare adulti.

Le barche della Flotilla sono simboli fragili, ma necessari. Non cambieranno il corso della guerra, non piegheranno l’Idf, non salveranno Gaza. Eppure, in quell’atto di avvicinarsi a una costa proibita c’è la testimonianza che qualcuno non si rassegna. È un gesto piccolo, ma resta scritto nella memoria collettiva come il segno che non tutti hanno scelto il silenzio.

Perché il silenzio, il vero nemico, è già qui. È quello che avvolge l’Europa che guarda e non interviene. È quello che cala nei palazzi della politica, che si rifugia dietro la parola “equilibrio”. È quello che si insinua nelle nostre giornate, quando leggiamo di ottocentomila evacuati e giriamo pagina come se fosse un bollettino meteorologico.

E questo silenzio, che scivola via leggero come la superficie calma del mare di ottobre, non assolve nessuno.

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Last modified: Ottobre 1, 2025
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