Siena (giovedì, 15 gennaio 2026) — C’è un momento in cui la parola riorganizzazione smette di suonare neutra e comincia a somigliare a una sottrazione. Succede quando la scuola entra nei fogli Excel e ne esce ridotta, accorpata, allungata fino a perdere il contatto con il territorio. È quello che, secondo ALI Toscana, sta accadendo con il commissariamento deciso dal Governo sulla rete scolastica di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna.
di Valeria Russo
A leggere questa scelta come un passaggio grave, non solo amministrativo ma politico, è Andrea Marrucci, presidente dell’associazione delle autonomie locali toscane. La gravità, spiega, sta prima di tutto nel metodo: un intervento che rompe l’equilibrio tra Stato e autonomie territoriali, spingendosi fino a un commissariamento che non ha molti precedenti nella storia recente dei rapporti istituzionali.
Poi c’è il merito, che pesa ancora di più. Dietro il linguaggio tecnico del dimensionamento scolastico e degli accorpamenti richiesti dal Ministero, emerge una realtà meno neutra: la riduzione delle autonomie scolastiche come strumento per comprimere la spesa, soprattutto sul fronte del personale. La scuola pubblica, in questa prospettiva, non è più un presidio educativo e sociale, ma una voce di bilancio da ridurre.
Il caso della Toscana aggiunge un elemento di paradosso. La Regione aveva approvato il piano di dimensionamento, scegliendo però di sospenderne l’attuazione nel mese di dicembre, in attesa dell’esito del ricorso al Presidente della Repubblica. Una scelta di cautela istituzionale, di rispetto delle procedure. Nonostante questo, il commissariamento è arrivato lo stesso, fondandosi su dati che, secondo ALI Toscana, non restituirebbero in modo fedele le dimensioni reali del sistema scolastico regionale. Più che una decisione tecnica, l’impressione è quella di una prova di forza.
Il rischio, avverte Marrucci, non è astratto. Le conseguenze si misureranno nei territori, soprattutto quelli più fragili. Istituti sempre più grandi, difficili da governare. Dirigenze scolastiche sempre più lontane, costrette a gestire realtà estese e disomogenee. Comuni e famiglie chiamati a fare i conti con una scuola che perde progressivamente prossimità, riconoscibilità, funzione sociale.
Nelle aree interne, dove la scuola è spesso uno degli ultimi servizi rimasti, l’accorpamento non è solo una questione organizzativa. È un segnale. Dice che quel territorio conta meno, che può essere amministrato da lontano, che la comunità può fare a meno di un punto di riferimento quotidiano.
Alla fine, il nodo è tutto lì. Non si sta discutendo solo di numeri, ma di un’idea di scuola. Se debba essere un’infrastruttura efficiente secondo parametri astratti, o un luogo vivo, radicato, imperfetto ma essenziale. E ogni volta che la risposta passa per un commissariamento, la sensazione è che a perdere non sia solo l’autonomia delle Regioni, ma un pezzo di futuro condiviso.
Last modified: Gennaio 15, 2026


