Siena (giovedì, 27 novembre 2025) — In Consiglio comunale, a Siena, il tema dell’assistenza educativa scolastica è tornato a galla con la forza discreta delle questioni che riguardano l’infanzia: non alzano mai la voce, ma quando arrivano costringono tutti a fermarsi.
di Valeria Russo
La consigliera Anna Ferretti ha chiesto chiarimenti, e l’assessora Micaela Papi ha risposto con un quadro complesso, fatto di risorse, normative e, soprattutto, di bisogni che cambiano da classe a classe, da bambino a bambino.
Nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie comunali esiste un servizio che interviene prima ancora che arrivi una certificazione formale di disabilità. È pensato per quei gruppi in cui un bambino o una bambina, già seguiti dai servizi sanitari, richiedono un’attenzione più intensa. Non è “sostegno” in senso tecnico: è una presenza discreta, destinata a sostenere l’intero gruppo sezione, quando il carico emotivo e relazionale si fa pesante. Succede con le famiglie appena arrivate in Italia, con quelle seguite dai servizi sociali, con bambini che vivono lutti improvvisi o difficoltà cliniche che non riguardano l’apprendimento ma tutto il resto della loro vita.
In questi casi, una figura educativa integrativa aiuta a mantenere l’equilibrio della classe. È un lavoro delicato, perché il Comune deve garantire questo supporto senza intaccare le risorse necessarie ai bambini con certificazione, che hanno bisogno di interventi mirati e continui. L’obiettivo più ampio è costruire scuole che non si limitino a includere, ma che funzionino come piccoli laboratori di comunità: luoghi in cui l’adulto diventa un facilitatore, e dove nessuno si ritrova isolato nel momento del bisogno.
Accanto a questo servizio, ne esiste un altro, ben distinto, gestito dalla Società della Salute senese: l’assistenza scolastica e alla comunicazione per i minori certificati dal servizio di neuropsichiatria infantile. È una rete complessa, finanziata dallo Stato, che distribuisce ore di assistenza in base ai progetti individuali. A Siena, le somme destinate a questo intervento vengono trasferite integralmente alla Sdss, che le utilizza per organizzare le ore necessarie nelle scuole statali e comunali, dall’infanzia alla secondaria di primo grado.
Negli ultimi anni, il Comune ha investito cifre significative: da poco più di cinquantaseimila euro nel 2022/2023 fino agli oltre ottantacinquemila previsti per il 2025/2026. Sono numeri che raccontano un impegno crescente, sostenuto anche dall’aumento nazionale dei fondi per l’inclusione scolastica. Nel presente anno educativo, sessanta bambini hanno usufruito del servizio, per un totale di centinaia di ore settimanali; nel nuovo anno, il numero resta alto, segno che la domanda non diminuisce.
A ottobre si è svolto un incontro tra Comune, Sdss e neuropsichiatria infantile: un tavolo necessario per incrociare i bisogni, confrontare le ore disponibili, capire come evitare buchi di assistenza. L’amministrazione si è detta pronta a coprire eventuali mancanze, pur di garantire la piena tutela di bambini e famiglie. Non un dettaglio, in tempi in cui i bilanci degli enti locali sono stretti come corde tese.
Resta poi un nodo più grande, che l’assessora ha voluto mettere sul tavolo: la necessità che tutti i Comuni del territorio consortile adottino lo stesso livello di impegno, trasferendo integralmente alla Sdss i fondi ministeriali. Un modo per evitare squilibri territoriali e costruire un sistema uniforme, dove la qualità dell’assistenza non dipende dal codice di residenza.
Quando la parola è tornata alla consigliera Ferretti, la sua preoccupazione è emersa con chiarezza. Se nelle scuole comunali la presenza educativa preventiva è garantita, nelle scuole statali questo non accade. E nel tempo — mesi, a volte — che serve per completare una certificazione, quei bambini restano scoperti, pur trovandosi nelle stesse condizioni dei loro coetanei. Alcune insegnanti hanno segnalato difficoltà serie nella gestione delle classi, proprio in quel tratto incerto in cui il bisogno è evidente ma il riconoscimento formale non è ancora arrivato.
Il rischio, secondo Ferretti, è che si creino differenze sostanziali tra bambini che vivono la stessa città, frequentano scuole vicine, ma ricevono risposte diverse. Il sostegno — dice in sostanza — non è solo una questione di norme: è qualcosa che riguarda la qualità dell’ambiente scolastico, la serenità della classe, la possibilità di crescere senza ferite che il tempo non sempre riesce a rimarginare.
La scuola, ancora una volta, si rivela il luogo dove le fragilità diventano visibili prima che altrove. Ed è proprio lì che si misura, giorno dopo giorno, la capacità di una comunità di non voltarsi dall’altra parte.
Last modified: Novembre 27, 2025

