Siena (mercoledì, 30 luglio 2025) — C’è chi fotografa per fermare il tempo, e chi invece, come Steve McCurry, lo attraversa con l’occhio. Non per trattenerlo, ma per capire da dove arriva la ferita e dove si è nascosta la bellezza. Il 24 settembre Siena si prepara a fare qualcosa di raro: non solo onorare un fotografo, ma riconoscere nella sua opera una forma di pensiero.
di Valeria Russo
Come se ogni sua immagine fosse una lezione non detta, eppure compresa da chiunque abbia occhi per ascoltare. Ed è difficile immaginare un titolo più preciso per uno che ha fatto della macchina fotografica una bussola antropologica, più che un’arma estetica.
McCurry, nato a Philadelphia, ma ormai cittadino delle rughe del mondo, verrà celebrato nella città toscana come si celebra chi ha visto più di quanto si possa raccontare. Siena lo accoglie di nuovo, dopo quella lectio magistralis del 2013 che qualcuno ricorda come una lezione di silenzio: c’era lui, e c’erano le sue immagini, e parlavano più di qualunque voce.
La laurea arriva come una stretta di mano lunga una vita, e non è solo una cerimonia. È un modo per dire grazie a chi ha messo il volto dell’umanità dentro una lente, senza mai ridurla a esotismo, senza mai sfruttarla. Le sue fotografie non sono souvenir da parete: sono domande aperte, pezzi di mondo che ti guardano indietro.
Il Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive ha fatto il gesto giusto: riconoscere in quegli sguardi ritratti un metodo di indagine culturale. Perché dietro ogni scatto di McCurry c’è un continente. Non geografico, ma interiore. Un’etnia dell’anima, fatta di silenzi, religioni, traumi, polvere e colori che sembrano parlarsi tra loro.
È impossibile sapere cosa attraversasse l’animo di quella giovane afghana, mentre il tempo si fermava per un istante sotto l’obiettivo, in un giorno del 1984.. Lo sguardo di quella ragazza – inquieto, quasi sospeso – non ha mai smesso di camminare nel tempo. Non chiedeva compassione né risposte. Bastava guardarlo per capire che il dolore può avere colore, e il silenzio profondità. Solo di essere vista.
McCurry non ha mai fotografato solo guerre. Ha fotografato ciò che le guerre lasciano. Ha cercato le crepe, i resti, le mani che reggono ancora un pezzo di cielo mentre tutto crolla. L’India, l’Afghanistan, l’Africa, il Sud-Est asiatico: ovunque ci fosse un’umanità in bilico, lui era lì, con il corpo piegato, lo sguardo dritto e la pellicola nascosta nei vestiti.
Siena, con le sue linee antiche e quei palazzi che sembrano osservarti in silenzio, appare il teatro ideale per rendere omaggio a una vita passata a decifrare l’umanità. Non è solo una città d’arte: è un luogo che sa cosa significa custodire. E forse per questo ha scelto di tenere con sé, anche solo simbolicamente, un uomo che ha saputo custodire il mondo negli sguardi degli altri.
Il conferimento avverrà alla vigilia del Siena Awards, il festival che da anni raccoglie sguardi sparsi e li trasforma in una narrazione corale. Non una mappa precisa, ma una costellazione visiva dove ogni scatto diventa punto di orientamento per chi cerca ancora storie vere, lontane dal rumore. E McCurry sarà di nuovo lì, non per aggiungere immagini al rumore del mondo, ma per ricordare che c’è ancora spazio per la meraviglia. Anche se il mondo, ormai, sembra guardare tutto con gli occhi socchiusi.
Chi ha scelto di premiarlo parla di antropologia visiva, di scenari distopici, di culture in pericolo. Ma forse basterebbe dire che McCurry fotografa come si scrive una poesia. Senza sapere dove andrà a finire, ma certo che qualcuno, prima o poi, la leggerà.
E poi ci sono i premi, tanti. Le medaglie, le targhe, le sale affollate. Ma la vera hall of fame di McCurry è fatta di persone che non hanno mai saputo di essere famose. Eppure, per qualche ragione, sono diventate immortali. Perché erano lì, davanti a lui, quando l’umanità ha smesso di essere concetto e ha preso il volto.
E quel volto, oggi, è anche un po’ il nostro.
Last modified: Luglio 30, 2025

