Scritto da 5:55 pm Siena, Attualità, Top News

La manutenzione del rispetto

Siena — C’è un punto, in questo nostro tempo così pieno di parole, in cui le parole si inceppano. È quando si prova a raccontare la violenza che colpisce le donne, perché ogni cifra sembra già vecchia, ogni commento suona insufficiente, e il mondo continua a procedere come se niente fosse. In provincia di Siena, per esempio, il flusso non rallenta: resta lì, identico a se stesso, ostinato come una porta che non vuole chiudersi.

di Valeria Russo

Settantatré nuovi ingressi al centro antiviolenza nell’ultimo anno. Settantatré storie che non hanno nulla di ordinario. Dentro ci finisce tutto: la pressione invisibile delle parole che feriscono più dei pugni, il fiato sul collo che si chiama controllo, le ombre lunghe dello stalking, gli schiaffi, la dipendenza economica che diventa la catena più dura da spezzare. E poi c’è quel dettaglio che fa più male degli altri: l’età. Le più giovani hanno diciotto, diciannove anni. Sono ragazze che hanno appena iniziato a camminare da sole e già devono imparare a difendersi.

Colpisce soprattutto un fenomeno: molte non sanno neppure di essere finite dentro un ingranaggio sbagliato. Vivono il controllo come premura, la gelosia come prova di affetto, la richiesta costante di spiegazioni come un’abitudine inevitabile. È una forma di analfabetismo emotivo collettivo, un difetto culturale che nessuna tecnologia potrà mai pareggiare. I ragazzi controllano i telefoni, chiedono posizioni, pretendono disponibilità. Le ragazze spesso tacciono, perché nessuno ha spiegato loro che l’amore non è una gabbia, e che il rispetto non ha bisogno di password.

Le storie arrivano da ogni angolo del territorio, senza distinguere quartieri né mestieri. La violenza, quando decide di manifestarsi, non chiede il certificato di nascita né il conto corrente: attraversa le classi sociali, mette radici dove trova terreno fertile, entra anche nelle case dove tutto sembra in ordine.

Eppure, dentro questa mappa scura, si accende un punto luminoso. Negli ultimi mesi, alcuni padri hanno bussato al centro per chiedere aiuto non per sé, ma per le loro figlie. Padri che hanno visto, con quella lucidità un po’ spaventata che appartiene solo ai genitori, un’ombra crescere accanto alla loro ragazza. Questo cambiamento, minimo ma prodigioso, racconta che qualcosa sta filtrando anche nel mondo maschile, che una nuova consapevolezza comincia a trovare voce.

Il percorso per cambiare davvero resta però lungo come una strada di campagna dopo la pioggia: pieno di buche, di ostacoli, di improvvise scorciatoie che portano da nessuna parte. L’unico punto da cui ripartire è la scuola, quel luogo dove si impara a stare al mondo prima ancora di imparare la matematica. Qui, negli ultimi anni, è stato fatto molto più che in passato, ma la distanza da colmare è ancora enorme. Serve continuità, costanza, una rete che non lasci scappare nessuno. Una rete che protegga, certo, ma anche una rete che educa, che cambia l’aria, il linguaggio, i gesti.

Perché la violenza non è un fatto privato, né una cronaca: è un fallimento culturale. E un fallimento culturale si combatte solo con un’opera quotidiana, paziente, ostinata. Una sorta di manutenzione del rispetto. Una manutenzione che, a Siena come altrove, è appena cominciata.

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Last modified: Novembre 24, 2025
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