Siena (giovedì, 23 ottobre 2025) — C’è un filo sottile, quasi invisibile, che attraversa i secoli e lega le mani impolverate dei maestri artigiani medievali alle dita nervose dei ragazzi che oggi scattano fotografie col telefono o disegnano fumetti nei bar.
di Valeria Russo
È il filo della cultura, che in Valdelsa non è mai rimasto immobile: si è arrotolato, disfatto, ricucito, come un gomitolo passato di mano in mano da generazioni di testardi appassionati.
Le giornate di studio della Società Storica della Valdelsa, in programma fra San Gimignano e Castelfiorentino dal 24 al 26 ottobre, vogliono raccontare proprio questa lunga marcia: il viaggio della cultura nella valle dei torrenti, dalle botteghe del Medioevo ai laboratori digitali del presente. Un percorso che non parla solo di libri, ma di persone. Di chi ha insegnato, restaurato, scritto, scolpito, e di chi ha provato a capire — magari sbagliando — cosa significhi “fare cultura” quando il mondo cambia più in fretta delle parole.
Il convegno comincia dove tutto ebbe origine, a San Gimignano, fra le torri e i saloni del Palazzo Comunale. Lì, tra studiosi dal nome altisonante e storici che sembrano usciti da un affresco, si parlerà di maestri, di botteghe e di quell’alfabeto toscano che, dal volgare dei mercanti, è diventato la lingua di Dante e poi del resto d’Italia. È una storia di riscatto linguistico e di contaminazioni, di alta e bassa cultura che si guardano in cagnesco ma finiscono sempre per somigliarsi.
Da sabato, il testimone passa a Castelfiorentino, nel Centro Culturale Cambio — nome ironicamente perfetto per parlare di evoluzione. Qui la cultura si mostra in tutte le sue mutazioni: dalle biblioteche nate per il popolo alle scuole che, con più o meno fortuna, hanno cercato di educarlo. Dai primi musei con le targhette storte agli archivi fotografici che oggi sono diventati memorie digitali. Si parlerà di pittori che lavoravano per i santi e di insegnanti che combattevano l’analfabetismo, di romanzi di viaggio e di vecchie scuole normali che formarono intere generazioni di maestre, donne con il gesso tra le dita e la pazienza di chi sa cosa significa iniziare tutto da capo.
Ci saranno studiosi che raccontano la Valdelsa come un piccolo laboratorio del mondo, un luogo dove il Medioevo non è mai davvero finito e dove perfino un restauro può diventare atto politico. Altri parleranno dei legami tra arte e territorio, del modo in cui la fotografia ha sostituito la penna come strumento di memoria, o di come un film possa raccontare meglio di mille saggi la storia di una comunità.
Domenica, nella sessione conclusiva, si passa alle battaglie del Novecento: la Valdelsa cattolica e laica, le ideologie, le fabbriche, i circoli, i primi giovani che presero la parola e non la restituirono più. È la parte del racconto in cui la cultura diventa politica, scontro, e a volte perfino poesia civile.
Il tutto si chiuderà con una tavola rotonda dal titolo che sa di provocazione: La cultura di tutti. Tema ambizioso, perché “di tutti” è forse l’espressione più difficile da realizzare. Ci saranno accademici, amministratori, comunicatori: gente che, in modi diversi, cerca di capire come far respirare la cultura fuori dai palazzi e dentro le vite quotidiane.
L’idea che muove queste giornate, in fondo, è semplice e antica: la cultura non è mai stata un museo da visitare, ma un esercizio continuo di libertà. Un modo per restare vivi e curiosi, per dare forma al tempo che passa. In Valdelsa questo lo sanno bene: tra una torre e un cantiere, tra un affresco e un laboratorio di fumetto, la cultura continua a fare il suo mestiere di sempre — quello di tenere insieme ciò che il tempo vorrebbe disperdere.
E così, se nel Medioevo la conoscenza si tramandava tra scalpelli e pergamene, oggi passa per un clic, una foto, un’idea condivisa. Ma lo spirito è lo stesso: resistere al silenzio, raccontarsi, restare umani.
Last modified: Ottobre 23, 2025


