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Il silenzio del Drappellone

Siena (venerdì, 18 luglio 2025) — È arrivato da Palermo, ma non ha detto una parola. Nessuno scatto rubato, nessuna voce di corridoio, neppure quel brusìo ovattato che a volte sfugge tra una sala e una stalla. Nulla. Solo un’attesa sospesa, che sa di agosto e di tufo, e il nome di Francesco De Grandi inciso a voce bassa sulle bocche dei senesi più curiosi.

di Valeria Russo

De Grandi, pittore palermitano con il cuore appeso all’ombra lunga delle icone sacre e l’anima spettinata da una pittura che urla senza fare rumore, ha terminato il lavoro nel suo studio, lontano da Piazza del Campo, ma non dal suo mito. Lo ha immaginato da bambino, il Palio, attraverso lo schermo opaco della televisione, nei pomeriggi estivi in cui tutto sembrava più fermo e anche i cavalli correvano piano, dentro le cornici della memoria.

Adesso il Cencio è qui. Non lo vediamo, ma lo sappiamo. Sta chiuso in qualche stanza con le persiane accostate, mentre le città si svuota per la pausa rituale delle ferie e il tamburo batte, più piano, ma batte. Si dice che ogni anno il Drappellone sia diverso, ma alla fine è sempre lo stesso miracolo: un pezzo di tela che riesce a contenere una città intera. O almeno l’idea che la città ha di sé, in quel momento.

E forse è proprio questo il nodo. De Grandi non ha solo dipinto. Ha interpretato. Ha raccolto la polvere e il vento di Siena, la sua fede e la sua ostinazione, la devozione per la Madonna e la furia della corsa. E ci ha messo dentro la sua pittura, che è fatta di stratificazioni, di chiaroscuri che sembrano venire da secoli diversi, di sacro e profano che si tengono per mano senza capirsi fino in fondo.

I suoi quadri raccontano storie che non hanno bisogno di parole. Ci sono santi e capre, rovine e bambini, donne in piedi e uomini in ginocchio. C’è la Bibbia e c’è il mercato, c’è Palermo e c’è l’Italia tutta, quella che ancora si commuove davanti a una reliquia o a una ruga sulla fronte. Se De Grandi ha davvero lasciato correre la mano dietro ai suoi pensieri più profondi, quel Drappellone potrebbe non cercare applausi, ma interrogativi. Più un enigma che una celebrazione. Non bello nel senso comodo del termine, ma vivo.

Il bello è che non lo sappiamo. Lo scopriremo tra qualche settimana, quando il telo si aprirà davanti alla città, e ogni Contradaiolo cercherà, nei colori e nelle forme, un pezzetto del proprio destino. Per adesso possiamo solo immaginare. E forse è la parte migliore. Perché l’attesa, a Siena, è essa stessa un’arte. Una liturgia silenziosa. Come quel Cencio che dorme, da qualche parte, pronto a svegliarsi.

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Last modified: Luglio 18, 2025
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