Siena (venerdì, 19 dicembre 2025) — Da Siena a Bruxelles, passando per campagne che non fanno rumore ma tengono in piedi il Paese. Gli agricoltori di Coldiretti hanno scelto di uscire dai campi e di entrare nelle piazze europee, portando con sé una protesta che non ha precedenti per numeri e per tono.
di Valeria Russo
A guidare la delegazione senese c’era il presidente provinciale Luigi Sardone, insieme a una Toscana compatta e a migliaia di colleghi arrivati da tutta Europa. Ventimila persone, forse di più, unite da una convinzione semplice e ostinata: senza agricoltura non c’è futuro.
Bruxelles, per un giorno, ha visto sfilare cartelli duri, parole che non cercano mediazioni. Il bersaglio è il taglio annunciato alla Politica agricola comune, una scelta che Coldiretti legge come un colpo diretto alla sovranità alimentare del continente. Mentre altre potenze investono sull’agricoltura come bene strategico, l’Europa sembra fare il contrario, spostando risorse altrove e lasciando le campagne a fare i conti con bilanci sempre più fragili.
La critica non è solo economica, è politica e culturale. Ridurre la Pac e far confluire le risorse in un fondo unico significa, per gli agricoltori, svuotare di senso anni di politiche che avrebbero dovuto garantire reddito, dignità e continuità a chi produce cibo. Per l’Italia il taglio si traduce in miliardi sottratti al settore primario; per la Toscana l’impatto rischia di essere devastante, con migliaia di imprese che nel prossimo settennato vedranno assottigliarsi risorse decisive per restare in piedi. A pagare il prezzo più alto sarebbero i giovani, proprio quelli su cui l’Europa dice di voler scommettere per il ricambio generazionale.
La protesta nasce da qui, da una sensazione di accerchiamento. Da un lato i fondi che diminuiscono, dall’altro un mercato globale che spinge verso importazioni da Paesi dove le regole sono più leggere, i controlli meno stringenti, i diritti del lavoro e dell’ambiente spesso un dettaglio. L’accordo con il Mercosur, così come è concepito oggi, viene vissuto come un ulteriore passo in questa direzione: prodotti che arrivano da lontano, senza le stesse garanzie richieste agli agricoltori europei, pronti a competere sul prezzo ma non sulla qualità.
Per Coldiretti il rischio è duplice. Da una parte la chiusura delle aziende, soprattutto nelle aree interne e montane, dove l’agricoltura è anche presidio del territorio. Dall’altra un progressivo impoverimento dell’alimentazione, con l’avanzata di cibi ultra-processati che nulla hanno a che fare con la cultura agricola e alimentare italiana ed europea. In mezzo, cittadini sempre più lontani dall’origine di ciò che mangiano.
A Bruxelles non si è chiesto solo di non tagliare, ma di scegliere. Risorse certe e regole chiare per la Pac, etichettatura obbligatoria sull’origine dei prodotti, stop alle scorciatoie burocratiche che schiacciano le aziende. E poi un’idea diversa di politica agricola: mercati contadini, scuole e mense come luoghi di educazione alimentare, territori valorizzati per ciò che producono e non per ciò che importano.
La piazza, in fondo, ha raccontato questo. Non una difesa corporativa, ma la rivendicazione di un ruolo. Gli agricoltori come custodi del paesaggio, della salute, di un equilibrio fragile che tiene insieme economia e ambiente. Tagliare lì, dicono, significa tagliare il ramo su cui l’Europa è seduta. E farlo proprio mentre il mondo, intorno, corre nella direzione opposta.
Last modified: Dicembre 19, 2025

