Scritto da 12:45 pm Siena, Attualità, Cronaca

Agricoltura, l’anno che viene e le radici da difendere

Siena (venerdì, 9 gennaio 2026) — L’anno nuovo, per chi lavora la terra, non è mai un semplice cambio di calendario. È piuttosto un momento di verifica, quasi una sosta breve prima di rimettere le mani nella realtà. Il 2026 si apre così: con un settore agricolo che arriva stanco da mesi complicati, ma non disarmato. Le tensioni internazionali restano sullo sfondo come un rumore continuo, eppure qualcosa, nel finale del 2025, si è mosso nella direzione giusta.

di Valeria Russo

Il passaggio più delicato è stato quello legato alla Politica Agricola Comune. A Bruxelles, migliaia di agricoltori hanno scelto di farsi vedere e sentire, portando il proprio disagio fuori dai campi e dentro i palazzi europei. Una mobilitazione che, secondo Coldiretti Siena, ha contribuito a cambiare l’inerzia iniziale. Il risultato è un incremento delle risorse destinate all’Italia nella programmazione PAC 2028-2034, che arrivano a quota dieci miliardi di euro. Un miliardo in più rispetto al periodo precedente, dopo che le prime ipotesi parlavano apertamente di tagli. Un cambio di rotta che passa anche dal lavoro del Governo e del ministro Francesco Lollobrigida.

Ma la soddisfazione, in agricoltura, dura sempre il tempo di un raccolto. Subito dopo arriva la preoccupazione successiva. Perché ora serve che quelle cifre si traducano in atti concreti, norme chiare, impegni vincolanti a livello europeo. Senza questo passaggio, le risorse rischiano di restare una promessa ben formulata ma fragile. Allo stesso modo restano aperte questioni tecniche solo in apparenza minori, come l’azzeramento dei dazi sui fertilizzanti legato al Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere: dettagli che, nella pratica quotidiana delle aziende agricole, fanno la differenza.

C’è poi un’altra leva che guarda ai territori più fragili. La possibilità di destinare il dieci per cento del Fondo unico alle aree rurali, una quota che vale circa quarantotto miliardi di euro, apre uno spazio importante per aree interne, collinari e montane. Zone che non fanno rumore, ma tengono in piedi interi paesaggi. Nella provincia di Siena, dove coltivare significa spesso restare, presidiare, resistere, questa misura potrebbe diventare uno strumento concreto per dare valore a chi sceglie di vivere e lavorare lontano dalle scorciatoie.

Sul tavolo restano però le partite più spinose. I dazi, a cominciare da quelli statunitensi, continuano a pesare come una minaccia sospesa. In un territorio dove il vino è più di un prodotto — è una struttura portante dell’economia e dell’identità — ogni scossone sui mercati internazionali si riflette a cascata su imprese, famiglie, filiere intere.

E poi c’è il nodo del Mercosur. Qui la posizione di Coldiretti Siena non ammette sfumature: nessun accordo può essere accettato se non fondato su una reale reciprocità. Le regole che valgono per gli agricoltori italiani ed europei devono valere anche per chi esporta verso l’Unione da altri continenti. Le rassicurazioni sui controlli non bastano, soprattutto se si considera che oggi solo una piccola parte dei prodotti agroalimentari in ingresso viene effettivamente verificata.

PAC e Mercosur, viene ribadito, non sono vasi comunicanti. Recuperare risorse per sostenere il reddito agricolo non può diventare la moneta di scambio per accordi commerciali privi di garanzie. Sarebbe una scorciatoia pericolosa, pagata tutta da chi produce.

Alla fine, difendere l’agricoltura significa difendere molto più del settore agricolo. Vuol dire proteggere lavoro, qualità del cibo, tenuta dei territori. E farlo senza nostalgia, ma con la consapevolezza che il futuro, se non ha radici, non cresce.

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Last modified: Gennaio 9, 2026
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